Dalla luna al Covid-19 il “Giornalismo scientifico” contro le false conoscenze

In un saggio il responsabile della comunicazione alla Sissa di Trieste Nico Pitrelli indaga informazione e fake news. Martedì la presentazione al San Marco

TRIESTE. S'intitolava "Coronavirus – Perché agire ora", l'autore era il francese Tomas Pueyo. Usciva il 10 marzo 2020 online su “Medium”. Lunghissimo, pieno zeppo di grafici, più di mezz’ora di attenzione richiesta: eppure è stato l'articolo più letto al mondo sulla diffusione del Sars-CoV-2. Tradotto in più di quaranta lingue, ha probabilmente contribuito alla decisione di molti governi di adottare il lockdown. È questa la comunicazione scientifica perfetta, che arriva a segno nelle sedi giuste al momento giusto? Sulla complessità del tema, dalla qualità dei contenuti ai pericoli dell'abbondanza di informazioni in cui siamo immersi, indaga Nico Pitrelli nel suo libro "Il giornalismo scientifico" (Carocci editore, pagg. 128, euro 12). Il libro viene presentato martedì 15 giugno, alle 18.30, nel dehors dell'Antico Caffè San Marco in via Battisti a Trieste, in dialogo fra l’autore e Luca De Biase, saggista e giornalista de “Il Sole 24 Ore” (obbligatoria la prenotazione telefonando al numero 040 2035357, o inviando un messaggio sulla pagina facebook del Caffè San Marco). Pitrelli, tarantino di nascita e da vent'anni alla Sissa dov'è responsabile dell'Unità relazioni con i media e comunicazione e direttore del Master in Comunicazione della Scienza "Franco Prattico" - il più antico d'Europa insieme all'Imperial College di Londra, entrambi nati nel '93 - riflette sugli enormi cambiamenti avvenuti nel sistema dell'informazione e nei rapporti tra scienza e società, mettendo in discussione valori, identità e professionalità. Un manuale denso eppure chiaro e agile, che vuole ridefinire l'identità del giornalista scientifico attraverso una descrizione delle competenze tradizionali e di quelle future.

Del resto la scienza gode di interesse mediatico fin dagli albori della stampa di massa: "the great Moon hoax", la grande burla della Luna, fu architettata da un quotidiano già nel 1835.

«Si trattò - spiega Pitrelli - di una fake news in piena regola per aumentare le vendite del giornale: la pubblicò in prima pagina il New York Sun, raccontando di una Luna popolata da unicorni, uccelli acquatici e umanoidi lunariani. In generale, il giornalismo intercetta i fenomeni sociali ed è stato chiaro fin da subito che la scienza aveva un potere trasformativo assai significativo. I giornalisti hanno dapprima colto quest'aspetto legandolo a una visione ottimistica e risolutiva dei problemi: un esempio su tutti, come fu trattata l'invenzione degli antibiotici. Le cose, però, cambiano dalla seconda guerra mondiale con l'esplosione della bomba atomica: con la consapevolezza dei possibili danni ambientali emerge della scienza anche un lato più oscuro. L'interesse quindi nasce da una fascinazione nelle capacità della scienza e, successivamente, dalla consapevolezza di alcuni suoi aspetti problematici».

Il giornalismo scientifico contemporaneo vive una situazione contrastante: perché?

«Digitalizzazione dei contenuti, globalizzazione, economizzazione delle università, sono tutti macrofenomeni che causano una disputa dei confini, con i giornalisti scientifici che vedono crescere intorno a loro tutta una serie di competitors: blogger, scienziati stessi che comunicano in prima persona, motori di ricerca. Il mio tentativo è trattare questa ridefinizione dei confini: se ormai tante funzioni giornalistiche vengono svolte diversamente bisogna chiarire quali sono le competenze specifiche per cui c'è bisogno di queste figure specializzate. Competenze che sono ormai un ibrido: traduzione e semplificazione non bastano più, ma capacità di intercettare il cambiamento, di esplorare nuovi ambiti, di essere multidisciplinari, di contestualizzare le sfere etiche, sociali, economiche, addirittura la psicologia con cui le persone recepiscono le informazioni. Se parli dei cambiamenti climatici ovviamente devi essere ferrato sulla scienza del clima ma non basta: capiamo sempre più che le informazioni scientifiche entrano in connessione con i valori, le identità, le paure delle persone. E se attacchi i loro valori identitari fai poca strada».

Smontare le notizie false, sostiene lei, non sempre è utile: è una provocazione?

«Descrivo un punto di vista di una scuola di pensiero che fa indagini scientifiche: loro dimostrano quantitativamente, analizzando milioni di conversazioni, che comunità contrapposte, ad esempio sulla questione vaccini, si parlano poco tra di loro, ma soprattutto quando una comunità di anti-vaccinisti riceve un'informazione da una pro-vax che smonta le loro convinzioni, non solo non cambierà comportamento ma lo rafforzerà: questo perché tali informazioni mettono in discussione valori come l'identità e il senso di appartenenza a un gruppo. Perciò anche se la capisco da un punto di vista formale la rifiuto. Il giornalista scientifico non deve demonizzare ma sforzarsi di comprendere questi processi: se continui a bastonarli, il risultato è che aumenti solo la polarizzazione».

Scienziati pronti a pubblicare qualsiasi cosa per ottenere fondi, riviste guidate dal marketing più che dalla qualità della ricerca: anche l'editoria zoppica.

«È un ambito dove il giornalismo scientifico investigativo può dare i suoi frutti: risulta molto utile un lavoro non solo celebrativo della scienza! Uno dei paper più dibattuti nell'opinione pubblica internazionale fu ad esempio quello su un presunto legame tra vaccini equivalenti e autismo: il caso Wakefield, autore dell'articolo pubblicato su una rivista prestigiosa come “The Lancet” e poi ritirato grazie al lavoro di un giornalista scientifico. Un'investigazione durata dodici anni che portò alla ritrattazione da parte della rivista. Questo mondo di pubblicazioni fraudolente e scienziati in malafede esiste. Vigilare non è un attacco alla scienza ma un servizio per favorire comportamenti virtuosi, e dove il giornalismo scientifico può dare un grandissimo contributo».

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