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Un fantasma si aggira a San Giacomo in cerca di un trilocale con balcone

Campo San Giacomo con la chiesa. È il cuore di uno dei quartieri più vivaci di Trieste. Luisella Pacco ricorda che è abitato anche dai fantasmi di un doloroso passato

Il rione vivace di un tempo, le botteghe, i bambini che giocavano sotto i ciliegi oggi tagliati

Collabora da poco con l'agenzia immobiliare e oggi, per la prima volta, gestirà le visite da solo. Sta ripassando mentalmente tutto ciò che il capo gli ha consigliato di dire, soprattutto ai clienti che non conoscono San Giacomo.

È un rione molto servito. Ufficio postale, banche, farmacie, supermercati, scuole, ricreatorio comunale, ogni sorta di negozio, e il mercatino del sabato con bancarelle di frutta e verdura a chilometro zero... Tutto questo è causa di confusione, di traffico? Suvvia, questa è vivacità! San Giacomo è esuberante, schietta, sincera, ancora a misura d'uomo...

Pensando a tutte queste cose, cammina veloce, con la cartellina delle planimetrie salda nelle mani. Arrivato dinnanzi all'edificio, alza per un momento gli occhi e gli pare di vedere qualcuno sbirciare da una finestra. Certo, è solo un'impressione. Gli operai se ne sono andati, il lungo lavoro di ristrutturazione è terminato e gli alloggi sono ancora tutti da vendere. La prima cliente arriverà alle quattro. Aprendo il massiccio portone, ripete ancora tra sé ciò che dovrà dire.

La casa risale alla metà dell'Ottocento ed è rimasta per molto tempo disabitata, in uno stato di totale incuria, catena e lucchetto più volte divelti. Ma adesso, finalmente, ecco: ottimo restauro conservativo della facciata e totale trasformazione degli interni. I grandi e vecchi appartamenti, due per piano, sono stati sostituiti da tre unità di diversa tipologia, dotati di ogni comfort: porte blindate, riscaldamento a pavimento, uso di materiali pregiati, è stato installato anche un avveniristico ascen... «Ah! Buongiorno!».

Quasi non si era accorto di avere qualcuno alle spalle. Evidentemente anche la cliente è arrivata in anticipo, come lui. È molto diversa da come se l'era immaginata: abiti modesti e lisi, un'espressione timida sul volto smarrito.

«Conosce la zona?», le chiede subito, travolgendola col discorso che si era preparato. Ma lei lo interrompe con un gesto vago. Si guarda intorno, sì, ma non lo ascolta minimamente.

L'agente crede di avere a che fare con una perditempo, una che fa turismo immobiliare, che vuol ficcare il naso. Invece è soltanto distratta, trasognata, turbata da mille nostalgie.

Sai che novità, ragazzo mio, lo so bene che a San Giacomo c'è tutto. E le sovvengono i nomi più cari, le botteghe a lei più vicine: oh sì, el barbier Sior Tonin, la lateria de Sior Pacco, la salumeria de Sior Polla, el boteghin de Siora Pina, el carboner...

Il giovanotto non sa cosa fare per attirare la sua attenzione.

«Al telefono mi diceva di essere interessata al trilocale con balcone, vero?».

La donna lo fissa con quel misto di indulgenza e rassegnazione che spesso si usa con i giovani, come per dir loro, È inutile raccontarvi, ché tanto non capireste...

Poggia il palmo aperto sui muri, delicatamente, quasi per accarezzarli, e continua a tacere.

No, non capiresti com'era bello, quando le porte non erano blindate ma anzi sempre aperte, quando ci si prestava aiuto l'un l'altro, quando i bambini giocavano nel cortile sotto gli alberi di ciliegio che avete tagliato.

«La ditta che ha eseguito i lavori...», l'agente riprende a parlare, ma la donna non gli dà retta. I lavori! Sono stati un'angoscia, non sapevamo come difenderci. È stato quasi peggio del bombardamento. Quel giorno almeno avevamo saputo dove trovare riparo.

Il silenzio prolungato irrita il ragazzo che non sa più cosa dire. Vuole solo portare a termine questa visita infruttuosa e attendere la cliente delle quattro e venti, auspicabilmente più motivata.

«Vabbè, le mostro la cantina, rinnovata integralmente. Dall'unico grande vano sono stati ricavati otto stanzini. Prego, si scende da questa parte».

Lo so, sì, pensa la donna, seguendolo come un'ombra lungo la ripida scala, ci siamo rifugiati proprio qui, la mattina del dieci giugno. Io lavoravo da Beltrame in via Besenghi, sono corsa a casa come una pazza, e tutti insieme siamo scesi quaggiù. Questa cantina ci ha salvati, ci ha protetti come un grembo di madre. Le bombe sono cadute tutt'attorno. Moltissime case sono crollate, ma la nostra ha resistito. Come non amarla, come non esserle eternamente grati? E quando si ama così intensamente un luogo, come si fa a lasciarlo?

Ma il giovanotto non sente la domanda, né la comprenderebbe. Lo dica, gli sussurra infine (ma del tutto inutilmente), lo dica a quelli che verranno: che noi siamo qui, che resteremo sempre qui, in cantina, in soffitta, nel cortile, affacciati alle finestre, stretti intorno al nostro fogoler...

Dal portone che era stato lasciato aperto, arriva una gioviale voce femminile: «C'è qualcuno?».

L'agente si scuote e risale in fretta, distraendosi da questa creatura bizzarra e muta che l'ha stancato. «Venga, è arrivata la cliente successiva». Ma quando si gira per sollecitarla a seguirlo, non la vede, non la vede più. Dall'ingresso la signora chiama ancora, facendo qualche passo avanti, lasciandosi alle spalle la strada allegra, affollata, brulicante di vita: «Buongiorno! Ho appuntamento alle quattro».

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