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La “Trieste” dell’irredentista Silvio Benco nel 1910 era italianissima e con una “sentina dei vizi”

Ensemble Editore ripubblica a cura di Riccardo Cepach la storica guida dello scrittore e giornalista vissuto tra il 1874 e il 1949. Un affresco alla vigilia della Grande guerra

TRIESTE. Fu stampata nella tipografia Maylander, “Trieste”, la guida turistica a firma di Silvio Benco, ora riproposta da Ensemble Editore (pag. 148, euro 12), a cura di Riccardo Cepach. La stessa tipografia che nove anni dopo cambierà padrone e si chiamerà “Libreria Saba”.

Ma di Saba nessun accenno in questo manuale cittadino che pone al centro una Trieste romana, rinascimentale, fino all’epoca romantica passando attraverso il Medioevo.

Siamo nel 1910, e Benco (Trieste, 22 novembre 1874 – Turriaco, 9 marzo 1949), scrittore, giornalista e critico letterario, ci informa della storia della città, di ogni quartiere coglie il lato folclorico, culturale, sociale, così come passano in rassegna i nomi che hanno fatto la storia del territorio nell’economia, nella politica e nell’arte.

Ed è curioso l’incipit in cui Benco, allora celebre firma de “Il Piccolo”, che conobbe personalmente Italo Svevo e James Joyce, guarda a Trieste da una prospettiva esterna: «La prospettiva è appunto quella del forestiero – osserva Cepach – forse ricorda anche “Il mio Carso” di Slataper. Il fatto di introdurre il libro da tre sfondi paesaggistici diversi, pare essere una sorta di mimesi della difficoltà di raccontare un oggetto sfaccettato. E poi Benco cerca anche di catturare l’attenzione di un pubblico di turisti».

Dall’età romana si arriva fino all’epoca romantica, colpisce il destino di una Trieste vissuta spesso come “abbandonata” a se stessa già nel 1400.

«Benco è un forte irredentista - risponde Cepach - e svolge la sua funzione intellettuale in maniera irreprensibile, per cui c’è tutta una serie di cose che vuole tacere. Per esempio non parla della dedizione di Trieste all’Austria nel 1300. Naturalmente non poteva dire che Trieste si era data alla casa regnante austriaca, altrimenti come avrebbe potuto alimentare il mito di terra oppressa? Va detto che ci sono anche cose esilaranti, come quando scrive che la concessione di Trieste Porto Franco da parte di Carlo VI avvenne per suggerimento di Eugenio di Savoia».

È sempre su questa scia irredentista che parla di varie comunità, ma meno di quella slovena?

«È citata poco e quando lo fa è molto frontale. Vede gli slavi come un nemico, parla dei primi scontri tra italiani e sloveni. Affronta di più la presenza dei greci e degli ebrei, di comunità che comunque non hanno sviluppato un nazionalismo che ha Trieste come materia del contendere».

Particolarmente suggestive le descrizioni della Città Vecchia per cui l’autore non lesina aggettivi estremi come torbida, putrida, dea oscena. Addirittura si augura che Città vecchia soccomba e qui decisamente la storia gli dà torto...

«Effettivamente i primi interventi di risanamento, fortemente voluti dalla Trieste Liberal Nazionale di cui Benco era un rappresentante di spicco, avvennero solo negli anni ’30 nelle zone del ghetto e sopra il Teatro Romano, che poi sono le aree che lui descrive. La chiama “la sentina di vizi”, perché ricordiamoci che nella via delle scuole israelitiche c’erano due sinagoghe, ma cinque bordelli. L’avversione descrittiva di Benco è comunque molto vivida, è interessante il confronto con altri scrittori che hanno affrontato identici contesti nello stesso periodo, come Umberto Saba o Riccarda Huck, con risultati completamente diversi».

Siamo nel periodo in cui i geni nazionali e internazionali si formano, da Svevo a Joyce, però Benco non accenna a nessuno di loro, si limita a nomi oggi per lo più sconosciuti.

«Perché molte cose non erano ancora successe. Nel 1910 Svevo, che aveva pubblicato 15 anni prima, era guardato come un episodio culturale finito. Saba avrebbe pubblicato la sua prima raccolta un anno dopo questa guida, Slataper due anni dopo e per Joyce bisogna aspettare ancora quattro anni per il suo primo libro. Manca poco perché tutto esploda, Benco ci sta in mezzo ma è ancora inconsapevole della straordinaria rivoluzione letteraria che parte da Trieste, mentre è molto concentrato sulla “Favilla”»

Che era appunto la prima rivista culturale della città...

«Quella che prepara il ’48 triestino, quindi un grande momento di vivacità di pensiero, più politico che artistico».

Oggi cosa ci ritorna questa guida concepita nel 1910?

«Azzardando un paragone ricorda un libro uscito pochi anni fa “1913. L’anno prima della tempesta” di Florian Illies. Un testo che racconta l’Europa un attimo prima della grande guerra e ci mostra un mondo nella pienezza della sua espansione ma sull’orlo dell’abisso. Allo stesso modo Silvio Benco fa qui un affresco di Trieste dove sta per cambiare tutto, dall’identità nazionale alla rivoluzione artistica, è affascinante proprio questo stop motion prima dei grandi cambiamenti».

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