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Le storie di Prezioso, dongiovanni al Piccolo e di Trevisan, allenatore triestino che allenò Haiti ai mondiali di calcio

Sabato sull’inserto libri il direttore scelto da Mayer e la sua turbolenta vita sentimentale. Poi il calciatore fatto fuori dal dittatore e il cantierino scrittore di Monfalcone

TRIESTE Diplomatico, poliglotta, avvocato, regnicolo prima poi suddito asburgico, uomo affascinante e patriota doppiogiochista, allievo e amico di James Joyce. Chi era davvero Roberto Prezioso, nato a Trieste nel 1869 e morto a Milano nel 1930, che iniziò a lavorare al Piccolo come traduttore di telegrammi e notizie in lingue straniere? La sua carriera nel giornalismo fu certamente fulminea: subito notato per le sue competenze, venne mandato dal quotidiano in missione di studio addirittura in Brasile. Ne tornò parlando l’ottava lingua, il portoghese, imparato durante il lungo viaggio per mare, e con un’esperienza che gli favorì la nomina a console del Brasile a Trieste. Nel 1902, dopo aver accompagnato D’Annunzio lungo le coste istriane nel viaggio organizzato per il Vate da Teodoro Mayer, venne scelto dallo stesso fondatore del Piccolo come direttore del Piccolo della Sera e direttore facente funzioni del Piccolo.

Quando Joyce iniziò a dare lezioni di inglese alla Berlitz, nel 1905, Prezioso fu tra i suoi primi allievi. Ne nacque un’amicizia forte, al punto che il direttore cominciò a commissionare allo scrittore degli articoli per il Piccolo della Sera. Tra i due, però, si consumò una grave crisi, con piazzata pubblica davanti al Caffè Stella Polare, quando l’affascinante Prezioso prese a frequentare casa Joyce in Barriera Vecchia 32, attratto dal fascino di Nora, che il giornalista chiamava vezzosamente l’Irlandina. Era davvero attrazione per la bella moglie di Joyce o piuttosto il bersaglio vero era James? Si vociferava, infatti, che Prezioso fosse bisex, indiscrezione che riportano anche alcune biografie di Joyce, in seguito cassata per l’intervento dei familiari del direttore.

A Roberto Prezioso è dedicato uno degli approfondimenti del Piccololibri, che esce sabato 12 giugno con il quotidiano. Sette pagine di storie, personaggi e curiosità dedicate principalmente a Trieste, Monfalcone e Gorizia, con incursioni anche nella Destra Tagliamento, che impreziosiscono lo sfoglio di Tuttolibri della Stampa.

E di personaggi originali in questo numero ce ne sono altri. Ettore Trevisan, per esempio, uno dei tre allenatori triestini che guidò una nazionale ai mondiali di calcio. Dopo Valcareggi e Cesare Maldini, Trevisan allenò nel 1973 la nazionale di Haiti, isola caraibica al cui governo c’era all’epoca il dittatore della famiglia Duvalier, Jean-Claude detto Baby Doc, ben deciso a sfruttare il pallone per il consenso popolare. Per cinque mesi Trevisan, scelto in maniera abbastanza casuale grazie alla presenza tra i tecnici della Federazione italiana del fratello Guglielmo, lavorerà ad Haiti con una squadra di discreti dilettanti, che si qualificò per i mondiali dopo un torneo tutto giocato a Port-au-Prince, tra varie manovre di disturbo a danno delle squadre avversarie. Ma ottenuto il pass per i mondiali in Germania, Trevisan non serviva più. In panchina non poteva sedere un bianco. Trattato come un sovversivo, anche per dichiarazioni critiche sulla situazione di Haiti rilasciate in un’intervista a Vittorio Zucconi, venne costretto a lasciare in fretta e furia la bella villa tra i manghi e a prendere un aereo per l’Italia con tutta la famiglia. Il “sua” Haiti la seguirà da Trieste, in panchina al suo posto sedette il vice Tassy.

L’esperienza lavorativa di Nordio Zorzenon al cantiere navale di Monfalcone ispirò nel 1971 la sua opera di esordio, “La tuta gialla” (Mursia), sui conflitti di classe nell’immediato dopoguerra, che ottenne un bel successo in Italia e fu tradotto anche in russo. Dopo molti anni di silenzio, Zorzenon tornò alla scrittura nel 2003 con “Bonbaso” (Manni), librino a tiratura limitata oggi introvabile, in cui compone l’affresco di una società periferica e proletaria come quella isontina negli anni che vanno dal fascismo all’immediato dopoguerra. Aneddoti, ritratti, racconti e “babezzi” raccolti nel cortile, dove la vita si svolgeva, ma anche un’analisi delle privazioni in tempo di guerra e fulminee irrisioni al regime. Una piccola opera che racchiude un’epoca, tutta da riscoprire.

Il paginone centrale dell’inserto ci porta alla Galleria d’arte moderna di Villa Galvani a Pordenone, dove è allestita la mostra “Manara Secret Gardens”, grande omaggio al fumettista veronese allestito dal Paff!-Palazzo Arti Fumetto Friuli. Novanta opere distribuite in quattro sale consentono al visitatore un’immersione nel sofisticato e colto mondo di Manara, tra tavole a fumetti, disegni per la pubblicità, illustrazioni e copertine realizzate per la Marvel.

Completano lo sfoglio una “mappa d’autore” a San Giacomo e la copertina dedicata al racconto allegorico “Trieste”, che Dino Buzzati pubblicò sul Corriere della Sera nel 1950, nel pieno della questione giuliana, quando la città era strattonata tra Italia e Jugoslavia.

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