Gabriele Salvatores: «I miei Comedians imparano l’arte del ridere»

Tratto dallo spettacolo teatrale di Trevor Griffiths  il quarto film del regista girato a Trieste  

l’intervista



Anche se la città non compare, il nuovo bel film di Gabriele Salvatores “Comedians”, al cinema da oggi, è girato tutto a Trieste, nella palazzina ex Direzione dell’Autorità Portuale in Porto Vecchio.

Per il regista è il quarto film in città dopo i due capitoli de “Il ragazzo invisibile” e “Tutto il mio folle amore”. Questa volta, è stata una decisione particolarmente importante: ha girato durante i mesi delicatissimi della pandemia.

Il film, che riprende l’omonimo testo teatrale di Trevor Griffiths già portato in scena da Salvatores al Teatro dell’Elfo nel 1985, racconta di sei aspiranti comici, studenti di una scuola dopolavoro, divisi tra filosofie diverse sull’arte del far ridere.

Il loro insegnante, intrepretato da Natalino Balasso, ha una concezione più impegnata della comicità, mentre il famoso comico venuto a selezionarli per la tv, interpretato da Christian de Sica, crede nella risata facile.

Il suo film è ambientato quasi tutto in un’aula: poteva girarlo ovunque. Perché ha scelto di tornare a Trieste?

«Insieme alla scenografa e mia compagna - risponde Salvatores -, Rita Rabassini, durante le riprese dei precedenti film avevamo scoperto quella palazzina del Porto Vecchio con un fascino particolare. Ci siamo detti: perché non prendiamo questo edificio che ha una sua storia, un passato che si sente, e lo trasformiamo in una scuola? Era molto credibile. E poi abbiamo girato durante la pandemia e quello era un luogo appartato, protetto. Infine c’è un motivo più personale: passerei più tempo possibile nella vostra città».

Il film nasce anche perché, durante la pandemia, ha dovuto mettere in pausa il progetto su un film in costume su Casanova…

«È stata una delusione, eravamo pronti per partire. Da “padre di famiglia” del mio gruppo di collaboratori ho cercato un progetto che potesse farci lavorare lo stesso, che si svolgesse in un solo luogo, più controllabile dal punto di vista sanitario. Mi è venuto in mente quel testo teatrale: rileggendolo dopo 35 anni ho scoperto il suo lato oscuro, quello della vita che cambia, degli anni che passano».

Com’è mutato il suo approccio al testo dopo tanto tempo?

«Da giovane vedi solo una cosa che ti piace e quella diventa il tuo obiettivo, invecchiando vedi anche altri aspetti. Trentacinque anni fa eravamo giovani e anarchici, pieni di voglia di spaccare il mondo anche in maniera trasgressiva, e il testo era un contenitore per improvvisazioni e gag. Questa volta mettiamo in scena parola per parola il testo di Griffiths, tranne nelle battute che ho dovuto adattare alla comicità italiana».

Nel film ha richiamato a Trieste Giulio Pranno, il protagonista di “Tutto il mio folle amore”, anche qui molto bravo in un ruolo spiazzante, tra il Joker e il fool scespiriano…

«Giulio è atipico e non allineato, per fortuna. Ha un grande talento ma è agli inizi e quindi non ha ancora quelle che chiamano “le stampelle degli attori”, l’esperienza per andare sul sicuro sulle cose che funzionano, e che cerco sempre di evitare. Giulio si butta anima e corpo: chi è abituato a una recitazione più tradizionale può trovarlo disturbante o esagerato, ma ci sono moltissimi grandi attori non allineati, come per esempio Jack Nicholson».

C’è qualcosa di cui non si può ridere?

«Del diverso da te. Si può ridere della morte, di tutto, se la cosa non è offensiva per qualcuno. Le barzellette per esempio le inventano, stranamente, quasi sempre i maschi e ce ne sono di tremende sulle donne, forse perché noi maschi ne abbiamo ancora un po’ paura. Questa è la comicità che non mi piace e non si deve usare, anche se a volte ci fa ridere. Ma vorrei appunto che la gente ridesse e poi si chiedesse anche perché sta ridendo».

Il personaggio di Balasso pensa che la comicità possa fargli aprire gli occhi, per quello di De Sica invece “il pubblico è sempre stupido”. È un tema che da regista sente anche lei?

«Certo: il cinema è un’espressione artistica riproducibile che, per definizione, cerca un pubblico ampio. Secondo me non bisogna fare un film per cercare il consenso del pubblico, però non si deve dimenticare che si sta preparando una cena per qualcuno che poi verrà a mangiare alla tua tavola». —

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