Cemento e acciaio “Nelle città” esplorate da Gabriele Basilico

Da venerdì al Magazzino delle Idee di Trieste un’esposizione a cura dell’Erpac con le opere del grande fotografo specializzato nei luoghi modificati dalla civiltà urbana

la recensione

«La città è un essere vivente. E’ un organismo che respira e si espande sopra di noi come un mantello protettivo che ci abbraccia e ci confonde. La città mi appartiene e io appartengo a lei, quasi fossi un frammento fluttuante dentro il suo immenso corpo. Mi ossessiona un bisogno costante di conoscere la sua corporeità. La città mi usa, mi abita»

Lo ha scritto più di mezzo secolo fa Gabriele Basilico, il fotografo che nei quarant’anni della sua appassionata ricerca ha puntato l’obiettivo su costruzioni in cemento armato, su ponti e gru di acciaio, su strade sconvolte o lucide per l’umidità, su “luoghi” modificati dalla civiltà urbana, su territori che diventano un’altra cosa.

Di questo immenso lavoro più di cento immagini saranno esposte al pubblico da venerdì negli spazi del Magazzino delle idee per iniziativa dell’ Erpac. La mostra ha per titolo “Nelle città” e da domani sarà visibile al pubblico, mentre oggi alle 11, si terrà una prewiev con la Direzione dell'Erpac e Giovanna Calvenzi, la moglie del fotografo e curatrice della mostra. Il nucleo principale dell’esposizione è rappresentato dalle quaranta immagini che raccontano “Milano - Ritratti di fabbriche”, il lavoro realizzato tra il 1978 e il 1980 che costituisce l’esordio di Gabriele Basilico a livello non solo italiano ma anche internazionale.

Questa ricerca esemplare e mai sperimentata in precedenza da alcun autore ha aperto quarant’anni fa a Gabriele Basilico le porte delle grandi gallerie, degli incarichi prestigiosi e del cuore di tanti fotografi che si sono ispirati ai suoi codici visivi. Saranno visibili nel Magazzino delle idee anche alcune immagini realizzate a Trieste nel 2002, quando l’autore si era impegnato su incarico dell’Ater a interpretare gli interventi dell’edilizia popolare pubblica effettuati nell’ultimo secolo in città. In questa ricerca Basilico si era impegnato a fondo e aveva realizzato immagini di grande formato riprendendo edifici e spazi aperti in piazza Foraggi, in piazza Perugino, a San Giacomo nell’edificio a corte conosciuto come “Il Vaticano”, in via Donota, in largo Osoppo, a Borgo San Sergio, a Valmaura e a Rozzol Melara.

Le stampe erano state esposte alla Stazione marittima nei giorni più freddi di quel lontano gennaio e pochi avevano potuto ammirarle. Poi sono finite in qualche deposito. Al termine di questa rassegna al Magazzino delle idee – prevista per il 5 settembre il lavoro effettuato per l’Ater potrebbe essere recuperato e riproposto al pubblico assieme a un’altra serie di immagini firmate nei primi anni Ottanta da Basilico per le manifestazioni del “Trouver Trieste”.

«Ricordo ancora: siamo stati a Trieste tanti anni fa lungo le rive e all’interno del porto. E Gabriele aveva fotografato anche il canale e piazza dell’Unità; racconta Giovanna Calvenzi, compagna di vita e spesso anche di lavoro del grande fotografo scomparso prematuramente nel febbraio del 2013 a 68 anni di età. È lei la curatrice di questa rassegna ospitata al Magazzino delle idee che propone al pubblico anche un certo numero di fotografie a colori. Con questa scelta espositiva gli organizzatori sfatano il mito, anzi la diceria che Gabriele Basilico lavorasse quasi esclusivamente con la pellicola in bianco e nero. «Non è assolutamente vero - spiega Giovanna Clavenzi -. Il bianco e nero lo ha usato per tanti anni, perché il colore non era completamente controllabile nelle sue infinite sfumature, contrasti e saturazioni. Col Kodachrome bisognava affidarsi ai laboratori senza poter intervenire, verificare controllare l’esito dello sviluppo. Ricordate il Cibachrome e i suoi riflessi metallici? Non si poteva scegliere altro se scattavi usando la pellicola diapositiva. Comandava la tecnica e bisognava adeguarsi o rinunciare». «Gabriele non si era adeguato - continua Clavenzi -. Quando è entrato in scena il digitale negli anni Novanta, Gabriele lo ha adottato perché poteva scegliere, usare la carta che preferiva, ottenere sempre intervenendo di persona, il risultato che si prefiggeva». Il colore nella mostra sarà visibile nelle immagini realizzate a Beiruth nel 2011, secondo “atto” di una ricerca iniziata nel 1991, su sollecitazione della scrittrice libanese Dominique Edde che lo coinvolse in un progetto che aveva come obiettivo la documentazione fotografica dell’area centrale della città, straziata da una guerra protrattasi per 15 anni. Basilico realizzò oltre 500 immagini in grande formato. In questa guerra 120 mila persone persero la vita e circa un milione di libanesi furono costretti a lasciare le proprie case. Nella sua lunga carriera l’obiettivo della fotocamera di Gabriele Basilico, ha guardato una serie affollata di soggetti: la Francia del Nord, le aree dismesse dell’Emilia Romagna, la Silicon Valley, Istanbul, Berlino, Barcellona, Lisbona, il principato di Monaco, Mosca, Roma, Napoli, Mantova, Bari, Reggio. Il suo “segno” è sempre stato rigoroso, nitido, mai stereotipato. Perché per Basilico “fotografare la città non vuol dire scegliere le migliori architetture e isolarle dal contesto per valorizzare la loro dimensione estetica, compositiva. Per me fotografare le città vuole dire esattamente il contrario, cioè mettere sullo stesso piano l’architettura colta e l’architettura ordinaria per costruire un luogo della convivenza”.

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