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Arturo Nathan a Trieste in cinquanta opere la metafisica del mare

Dal 16 giugno la Galleria Torbandena apre una grande retrospettiva che nelle sue due sedi presenterà circa la metà dei lavori del pittore, morto nel lager di Biberach nel 1944

TRIESTE Le opere di Arturo Nathan sono rare: se ne contano un centinaio, poco più, tra cui quelle conservate al Museo dell’Ermitage di S. Pietroburgo, al Museo del Novecento di Milano, al Museo Sztuki di Lodz in Polonia, al Civico Museo Revoltella di Trieste, al Quirinale e in altre importanti collezioni pubbliche e private come la Lanfranchi, Barilla, Feierabend, Hausbrandt. Insomma non è facile ideare un’esposizione che soddisfi la curiosità di chi ama questo lirico del paesaggio, per lo più marino, non a caso la sua opera fu anche definita una “metafisica del mare”, molto apprezzata da Giorgio de Chirico. Lo stesso definì Arturo Nathan “pittore e poeta”. Perché nei suoi scenari, precisi ed esistenziali, riesce a evocare qualcosa che ha a che fare con l’ideale del pensiero, con il mito e la memoria.

Dopo la sua morte, avvenuta tragicamente nel campo di concentramento di Biberach nel ’44, Nathan è stato omaggiato nei più autorevoli spazi, apprezzato dai migliori artisti e critici, basti ricordare la grande personale che nell’48 gli dedica la Biennale di Venezia o quella del Pompidou di Parigi nell’81, spesso associato alla pittura metafisica e al surrealismo, resta il fatto che la sua voce resta personalissima.

La Galleria Tor Bandena, che si è occupata a più riprese dell’artista, dal 16 giugno fino a agosto aprirà una grande retrospettiva, come non se ne facevano da anni, un’esposizione che tra disegni e oli ospiterà 50 opere di Arturo Nathan, praticamente la metà del lavoro di una vita. Una rassegna pensata per le due sedi dirette da Alessandro Rosada, quella storica di via Tor Bandena (dove saranno esposte le opere su carta), mentre l’ampia galleria Torbandena Projects (via San Nicolò 11) accoglierà i dipinti a olio, presenti nelle sette sale, ognuna con un tema caro alla poetica nathiana.

Di lui si possono distinguere principalmente tre periodi, della prima fase molto è andato perduto per la distruzione della casa di Trieste. Segue un periodo più “psicoanalistico”, di indagine su se stesso fino alla piena maturità della sua produzione, dal 1929. Nell’energica retrospettiva triestina sarà possibile osservare anche il primo ciclo dell’artista, con opere che vanno dal 1921 al 1943, tra cui “Rupi vulcaniche”, spettacolare immagine che traduce il tema del naufragio, a metà tra l’immaginifico Böcklin e de Chirico. Ma in Nathan non c’è solo metafisica o tracce di quelle angosce e inquietudini assorbite dalla cultura psicoanalisitica (fu in cura con Edoardo Weiss).

Nathan rielabora con tratto personalissimo i paesaggi ideali di Claude Lorrain, a cui si aggiungono echi di William Turner per i giochi cromatici e luministici. Turner forse anche per il gioco di una memoria che pare trattenere le immagini nel ricordo, per essere poi trasferite nello spirito dei colori, ma se Turner è alimentato dall’impeto, Nathan si avvicina a una sorta di “serena disperazione”.

Pensando al suo destino non si può non immaginare la sua opera come un presagio ben più drammatico di un esasperato senso di solitudine. Nelle sette sale della Torbandena Projects si potranno ammirare gli Autoritratti, le figure di spalle, gli animali, le fortificazioni, la metafisica e i paesaggi marini. Inoltre per l'occasione sarà pubblicato il Catalogo Ragionato delle Opere su Carta, a cura di Marilena Pasquali, Alessandro Rosada e Daniele Margadonna, nipote del pittore.

Arturo Nathan fu un artista meditativo, nutrito dalla filosofia di Kirkegaard, Nietzsche, Shopenauer. Amava l’immaginifico Verne, frequentava Leonor Fini, Carlo Sbisà, Edoardo Weiss, Linuccia Saba, incontrerà più di una volta anche Giorgio de Chirico. Un contesto creativo che ha accompagnato la sua esperienza, sviluppandone il talento, soprattutto maturando idee chiare sulla vita e sull’arte. In una lettera a un amico che gli consigliava di fare aderire l’arte alla vita, Nathan replicava con la frontalità del genio: «Penso che molta parte della cosiddetta “vita” sia stupida, confusa, torbida e maligna, mentre per contro l’arte è esperienza di sapienza, ordine cordiale e suprema felicità. Quindi sarebbe meglio proclamare che la vita deve essere fatta aderire all’arte e sollevata al piano di questa». E infatti il suo tratto ha lasciato spazio a una malinconia lirica da cui la realtà bassa, quotidiana, «torbida e maligna» è stata eliminata, senza per questo essere consolatorio. Perché anche ciò che è triste o minaccioso, in Nathan, è poetico.

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