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Nora senza censure, un romanzo racconta chi era la partner perfetta del supponente Joyce

Nuala O’Connor firma un libro sulla moglie dello scrittore ambientato in buona parte a Trieste: «Avevano scambiato la piovosa Irlanda con la luce bianca della perla dell’Adriatico» 

TRIESTE Si dice che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna, e come dietro a Leopold Bloom c'era Molly Tweedy, così dietro a James Joyce c'era Nora Barnacle. Alla compagna e musa dell'autore dell'”Ulisse” son state dedicate biografie e film, ma ora è uscito in Irlanda un libro in cui la giovane autrice dà la parola a Nora, lasciando che sia lei a raccontare la sua storia d'amore con Jim, senza intermediazioni nè censure. Si tratta del romanzo “Nora” di Nuala O'Connor (New Island, pp. 388, euro 17) che sta raccogliendo uno straordinario successo di pubblico di qua e di là dell'Atlantico. Il romanzo ripercorre tutta la vita di James e Nora e naturalmente gran parte è ambientato a Trieste. Nuala O'Connor è nata a Dublino ma vive nella Contea di Galway, è autrice del romanzo storico “Birdie” e di short stories, è l'editor della flash e-zine Splonk.

Signora O’Connor, chi era Nora?


«Nora era la perfetta partner per Joyce. Non aveva ambizioni letterarie e lo sosteneva anche nel suo lavoro. Era una donna pragmatica, ottimista, semplice, di buon cuore e buon umore, schietta, resiliente, esattamente ciò di cui aveva bisogno un intellettuale timido, sensibile, gentile, amorevole, nervoso e supponente. Penso che la loro relazione fosse tipicamente irlandese. Lei s'occupava di lui, ma lo teneva anche sotto controllo, per esempio minacciando di lasciarlo o di far battezzare i loro figli. Nora condivideva con Jim l'umorismo, la musica, e il piacere del racconto. Erano due persone sensuali, a cui piaceva vivere con stile. Entrambe amarono enormemente i loro figli, forse non furono in grado di prepararli ad affrontare la vita, ma li amarono ferocemente».

È stato un problema inventare una voce per James Joyce e, soprattutto, un linguaggio per Nora?

«Non è stato difficile. Per Joyce mi sono basata sui suoi testi e la corrispondenza. Sapevo come suonava la voce di Joyce: un ragazzo della buona borghesia dublinese con un padre originario di Cork. Un mix di suoni che, ad esempio, si percepiscono nella voce di Stephen Dedalus. Queste cose mi hanno permesso di costruirne la voce. Per Nora mi sono ispirata alle voci di alcuni personaggi femminili di Joyce, come Molly Bloom e Greta Conroy, ma ho usato anche le sue lettere, le testimonianze e - visto che proveniva da Galway - anche la mia conoscenza della lingua che si parla nell'ovest dell'Irlanda».

Il suo libro è nato come un racconto, com'è poi diventato un romanzo?

«Nel 2019 vinsi la competizione lanciata dal James Joyce Quarterly per la scrittura di un possibile racconto mancante di Dubliners, ‘Ulysses’. La short story era un flash sull'incontro di Nora e Joyce il 16 giugno 1904, la data che oggi il mondo festeggia come Bloomsday, ma con Nora stavo bene, mi piaceva la sua compagnia, e più andavo avanti a scrivere e più scoprivo e capivo cose di lei. Me ne sono innamorata e non potevo lasciarla andare».

Per Nora, Trieste ha significato per lungo tempo casa. E Lei cosa ha trovato a Trieste?

«Nora e Joyce a Trieste si sono formati come una coppia, come una famiglia con bambini. È il luogo dove hanno imparato a essere se stessi e per loro è stata sempre sinonimo di casa. A Trieste divennero anche una famiglia allargata, con l'arrivo dei fratelli di Joyce: Stanislaus, Eva e Eileen. Vi vissero una vita stabile per circa undici anni e vi stabilirono buone amicizie come con i Francini e Italo Svevo. A Trieste svilupparono il loro amore per il cinema e l'opera lirica. Quando sono venuta a Trieste per le ricerche sul mio romanzo, potevo percepire la vicinanza di Nora dietro ogni angolo: la sentivo camminare davanti a me. Amo queste presenze fantasmatiche. A Trieste ho capito perché i Joyce amassero tanto la città: avevano scambiato la piovosa Irlanda con la luce bianca del gioiello dell'Adriatico e trovato un luogo cosmopolita dove vivere in relativa pace. A Trieste ho visitato tutti luoghi joyciani, ho abbracciato la statua di Joyce, sono andata anche a Muggia, ma mi piacerebbe molto tornarci, perché ha qualcosa di magico».

Su quali fonti si è documenta? Nelle sue ricerche ha trovato materiale inedito?

«Mi sono servita della biografia su Nora di Brenda Maddox e dei libri su Joyce e Nora di Edna O’Brien. Poi delle biografie di James Joyce di Richard Ellmann, di Gordon Bowker e di John McCourt. Ma anche di “Nora Barnacle Joyce” di Pádraic Ó Laoi e “Nora” di Gerardine Meaney e tanti altri. Durante le mie ricerche non ho trovato niente di nuovo, ma consultando gli archivi online della Buffalo University, della National Library of Ireland e della Cornell University ho potuto studiare manoscritti e foto che non avevo mai visto altrove e che sono stati molto utili».

Pensa che avrebbe avuto problemi se Stephen Joyce, il terribile nipote di Joyce, fosse stato ancora vivo?

«Il romanzo sarebbe uscito comunque, perché sono stata molto attenta alle problematiche di copyright, ma Stephen Joyce avrebbe sicuramente avuto da ridire. Lui voleva comprensibilmente proteggere la privacy della sua famiglia. Tutti volevano appropriarsi di James e Nora ma, per Stephen Joyce, loro erano in primis e soprattutto il suo nonno e la sua nonna». —

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