Biennale Architettura, bellezza e contatto con la natura gli elementi per vivere il futuro dopo la pandemia

Il Padiglione centrale F. Marco Zorzanello

“Come riusciremo a vivere insieme nel futuro?” è  la domanda che ci inchioda al nostro presente attraversato e sconvolto da più di un anno di Covid

VENEZIA Al grido di “How will we live together?”, profetico, quanto inquietante titolo pensato dall’architetto e ricercatore libanese Hashim Sarkis per la 17°a edizione, si apre a Venezia da venerdì 21 maggio la Biennale Architettura. “Come riusciremo a vivere insieme nel futuro?” è infatti la domanda che ci inchioda al nostro presente attraversato e sconvolto da più di un anno di Covid.

Parole come vicinanza, prossimità, contatto, spostamento, interscambio, alla base delle tante riflessioni di ogni Biennale Architettura degli ultimi anni, diventano in questa edizione non solo parole chiave per definire gli scenari futuri post-Covid dell’architettura mondiale, ma anche termini su cui misurare la resilienza di una manifestazione unica nel suo genere, che a Venezia, nonostante la pandemia, è riuscita alla fine a far decollare dopo un anno di fermo un evento mondiale in presenza unico nel suo genere per numero di paesi coinvolti.

Nonostante qualche ritardo negli allestimenti per Giappone, Russia, Cina, Australia e Canada (che parteciperà on line), i 112 architetti in gara di 46 diversi paesi e i progettisti dei 61 padiglioni nazionali sono per la maggior parte già approdati in laguna, pronti per inaugurare i loro progetti architettonici nelle arene esterne appositamente costruite. Massima sicurezza anti-contagio per tutta la durata della mostra con ingressi e uscite separati per tutti i visitatori.

Ma cosa offre la più coraggiosa e anche la più “blindata” delle edizioni della Biennale?

Visionando in anteprima i tanti progetti presenti all’Arsenale e nei padiglioni nazionali ai Giardini, l’impressione è di una sorta di ibridazione sempre più forte tra arte e architettura, che la collaborazione con la Biennale Danza sembra sottolineare. Quasi un bisogno “di bellezza” ritrovato che si unisce alla necessità diffusa di un più forte contatto con la natura: in sintesi questo il filo rosso delle nuove progettualità presenti in questa Biennale.

Ecco allora per primo il Padiglione Italia, curato da Alessandro Melis, che mette al centro la natura per il miglioramento delle aree urbane e delle periferie; ma in tutti i progetti presenti all’Arsenale l’attenzione è per un ritrovato equilibrio tra spazio costruito, elemento naturale e vivibilità umana anche nella scelta dei materiali.

Se la pandemia nella sua tragedia sia stata anche l’occasione per un reale cambio di passo che dalla “cementificazione” del mondo ci porterà verso spazi e materiali eco-sostenibili ora non ci è dato di sapere. I segnali in questa Biennale ci sono e vengono declinati lungo le cinque scale tematiche della mostra: dall’unicità del pianeta alla convivenza tra diversi esseri viventi, dalle comunità alle migrazioni.

Domani durante l’inaugurazione ufficiale il nuovo presidente Roberto Cicutto consegnerà solo il Leone d’oro alla Carriera all’architetto spagnolo Rafael Moneo, mentre i Leoni d’oro e d’argento per i migliori progetti e le migliori partecipazioni nazionali slitteranno al 30 agosto per permettere alla giuria di visionare anche i lavori ritardatari.

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