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Da Fiume a Mosca l’ingegnere di Stalin che sfidò gli Usa nella gara dello spazio

Nato sotto l’impero austroungarico, Roberto Oros di Bartini venne folgorato dalla passione comunista durante la prigionia in Galizia. E nemmeno il gulag lo fermò dal progettare aerei per l’Armata Rossa

Aveva giurato ai compagni italiani che avrebbe fatto “volare gli aerei rossi più veloci di quelli neri”. E il dalmata Roberto Oros di Bartini, il più grande e misconosciuto ingegnere aeronautico italiano naturalizzato sovietico, mantiene la promessa e anche di più. Rosso che più rosso non si può, Oros di Bartini è tra i primi adepti, un secolo fa, del Partito Comunista Italiano dopo il suo rientro in Italia, con avventuroso scalo a Trieste nel 1920, scappato dalla Siberia e approdato convertito a un rigido marxismo-leninismo. La sua fede è talmente granitica che in Russia prenderà la tessera del Pcus nel 1927 raccomandato da Togliatti, e resta indefettibile anche all’arresto dieci anni dopo nel corso di una delle consuete purghe staliniane, prima in carcere poi in Gulag, a lavorare fianco a fianco con Andrej Tupolev, ideatore dell’aereo supersonico Tu-144. A evitargli l’esecuzione, l’impressionante performance del suo Stal’ 7. Il volo record di 5.000 chilometri nel 1939 ebbe risonanza mondiale e lo tirò fuori dal lager. “Mussolini promise di metterti in prigione per 25 anni. Stalin per 15” si lamentò con lui un compagno di sventure. Serafico Roberto rispose: “Ho guadagnato 10 anni”.

Bartini, nato nel 1897 a Fiume quando la città adriatica faceva parte dell’impero Austro-Ungarico, esortava lo staff a sentire in sé una marcia in più rispetto ai “capitalisti che non conoscono la dialettica e il modo di superare le contraddizioni”, e si abbatteva solo nel constatare il crescente primato socioeconomico capitalista. Ora lo celebrano una lapide nel Viale dei Cosmonauti e un monumento nel cimitero di Veedenskoe a Mosca, mentre la sua passione politica lo copre d’oblio in Occidente. Bocciata un lustro fa anche l’intitolazione dell’aeroporto a suo nome a Fiume, nonostante gli facciano capo sessanta progetti aeronautici che hanno rivoluzionato la storia dell’aviazione. Ma che importa. Tra i clamorosi successi, l’aver collaborato ad assestare un ko al sussiego degli Stati Uniti nella gara alla conquista dello spazio con il volo proletario di Jurij Gagarin.

A sua volta lui, prima di essere soprannominato il Barone Rosso, ha avuto un’infanzia grama e difficile; figlio di madre nubile a 17 anni e adottato, dopo il suo suicidio, dal barone Ludovico Oros di Bartini che poi si rivelerà essere il padre naturale. Da questo cambiamento di status economico e sociale, comincia l’epopea di ottimo studente, poliglotta, prestante, sportivo, nonché tenente dell’imperial-regio esercito di Francesco Giuseppe. E sarà nel 1916 in Galizia, regione a sud della Polonia, a scoccare la folgorazione sulla via di Damasco del bolscevismo duro e puro, prigioniero dei russi sul fronte nordorientale a cui le autorità militari austroungariche destinavano per prudenza i soldati provenienti dalle regioni italofone. Bartini, il cui acrostico da lui inventato recita: Bella Avis Rubra Terrorem Infert Nigrae (il bell’uccello rosso incute terrore al nero), non fa in tempo a terminare il Politecnico di Milano che i compagni gli preparano la via di fuga a Mosca, guadagnata nel 1923, coronata con la laurea. Segretissimo. È il fil rouge che cuce i progetti del geniaccio con sfumature di spia. Condannato in contumacia da Mussolini, grazie ai suoi modi signorili era riuscito a ingannare il principe Jusupov, uno degli assassini di Rasputin, e a sventare un attentato contro una delegazione sovietica a Genova, nello stesso anno della Marcia su Roma. È tempo di migrare, e librarsi nell’aria è il destino di Bartini, tanto capace da sfidare le leggi dell’aerodinamica per la giusta causa. Il Soviet ha bisogno di un caccia dalla velocità di 400 km/h. Inattuabile: un aumento della potenza di motore ne aumenta il peso, il consumo di carburante e il peso al decollo: il massimo è 350 km/h in condizioni ideali. Invece Michajl Tuchacevskij, generale dell’Armata Rossa, fucilato nel 37, nota l’areomobile Stal’ 6, realizzata in acciaio inossidabile sempre grazie all’italiano che aveva sviluppato la tecnologia della saldatura elettrica unica: “si raccomanda l’industria aeronautica di padroneggiare l’esperienza di R. Bartini” avverte. Nel primo volo del ’33 il caccia superò la velocità di progetto con oltre 450 km/h. In seguito fu adottato un motore più performante che portò la velocità a 600 e nel 1940 viene esposto al Salone Aereo di Parigi il bimotore da trasporto Stal’ 7 che vale al progettista il cauto perdono di Stalin. Relegato in provincia, Bartini, senza rancore, lavora a testa bassa a missioni impossibili. La stabilità emotiva è temprata come l’acciaio dei suoi velivoli e in lui arde la fiamma di confutare qualche vecchio dogma, di sfondare qualche vicolo cieco. L’alimenta anche la sfida ad alzare sempre più in alto l’asticella del logoramento di nervi degli invisi Stati Uniti. Nel 1955, tre anni prima della morte di Stalin, in una grande parata l’esibizione muscolare di un “Bisonte” - così fu chiamato dagli americani terrorizzati ne fossero già pronti 700 esemplari - enorme quadrimotore (M-4) in grado di attraversare il Polo Nord e colpire Chicago e New York. Le superpotenze scaldano la guerra fredda anche al fuoco dell’ardore del Barone Rosso. A partire dagli anni 60, ormai riabilitato da Kruscev, comincia a sviluppare un anfibio a decollo e atterraggio verticale, l’ekranoplano. L’idrovolante, più grande di due campi da calcio è a forma di testuggine. Il M-2500 rimase sulla carta e l’ingegnere ridimensionò il progetto con un secondo, il VVA-14, di forme altrettanto inedite formato mignon, ma la sua produzione nel 1972, due anni prima della morte di Bartini, venne rinviata a data da destinarsi. Le idee fantasiose degne di Jules Verne correvano più veloci della capacità di metabolizzarle da parte del burocratico pachiderma sovietico, e la disposizione testamentaria di desecretare i suoi scritti solo nel 2197, al terzo centenario della nascita, fanno supporre che l’ingegnere di Stalin ha predisposto l’ennesima sorpresa.

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