Di Bartini, il fiumano volante che aiutò l’Urss a espugnare i cieli

Sul Piccololibri in edicola sabato 8 maggio anche il ricordo di Freud al lavoro sulle anguille a Trieste. Un profilo di Irene Camber e la stagione cinematografica dei “musicarelli”

TRIESTE Il suo genio è celebrato da una lapide nel Viale dei Cosmonauti e da un monumento nel cimitero di Veedenskoe a Mosca, mentre la natia Fiume ha bocciato l’ipotesi di intitolargli l’aeroporto. Eppure, al fiumano volante Roberto Oros di Bartini, geniale ingegnere italiano naturalizzato sovietico, classe 1897, fanno capo almeno sessanta progetti che hanno rivoluzionato la storia dell’aviazione. Sull’oblio dell’Occidente, a dispetto delle sue intuizioni, ha pesato la fede politica. Oros di Bartini, figlio naturale del barone Ludovico e di una ragazza diciassettenne, un secolo fa fu tra i primi adepti del Partito comunista italiano e, nel 1927, su raccomandazione di Togliatti, prese anche la tessera del Pcus in Russia. La folgorazione al bolscevismo duro e puro era avvenuta nel 1916 in Galizia, quando, col grado di tenente, combatteva nell’imperial regio esercito di Francesco Giuseppe e venne fatto prigioniero dai russi. A Mosca, dove era fuggito nel 1923 dopo la laurea al Politecnico di Milano, sviluppò i suoi avanguardistici progetti, tra cui il bimotore Stal ’7 che nel ’39 portò a termine, con risonanza mondiale, un volo record di cinquemila chilometri. All’epoca Oros di Bartini era prigioniero in un gulag, colpito dalle purghe staliniane, ma la performance del suo velivolo lo tirò fuori dal carcere.

A questa figura straordinaria, che collaborò anche al volo nello spazio di Jurij Gagarin, è dedicata una delle pagine del Piccololibri di domani, l’inserto sui personaggi, l’arte e la cultura della regione e dei territori vicini all’interno di Tuttolibri della Stampa.

Dopo la sua liberazione, Bartini fu relegato nella provincia sovietica, dove continuò a studiare velivoli arditi. Nel ’55 un “Bisonte”, come lo definirono gli odiati americani, enorme quadrimotore in grado di attraversare il Polo Nord e colpire gli Stati Uniti al cuore, e un anfibio a decollo e atterraggio verticale, grande come due campi da calcio, a forma di testuggine.

Il paginone centrale sviluppa l’apporto degli artisti triestini al genere dei film “musicarelli”, il filone popolare che nutriva i botteghini negli anni del boom economico. Sugli schermi, ad animare queste storie di musica giovanile con cantanti di successo, ci furono anche Lelio Luttazzi, Umberto D’Orsi, Ave Ninchi e il “mulo Ferruccio”, ovvero Teddy Reno, protagonista nel 1960 di “Sanremo-La grande sfida” di Vivarelli e “I Teddy boys della canzone”, al fianco di Delia Scala. Erano film per giovani, con la loro musica protagonista, in particolare quella degli “urlatori” che si rifacevano al modo di cantare spontaneo e ai ritmi del rock americano, con un blando richiamo al conflitto generazionale con il mondo degli adulti e un’edulcorata contestazione al potere costituito. A metà degli anni ’60 in questo filone si inserirà con successo la “scoperta” di Teddy Reno, che diventerà sua moglie, quella Rita Pavone che fu diretta da Lina Wertmüller sotto pseudonimo maschile in “Rita la zanzara” e, in “Little Rita nel West”, ebbe al suo fianco un inedito Lucio Dalla come “Sancho Panza”.

La “cartolina” dell’inserto questa settimana è spedita dallo scrittore e traduttore svedese Ulf Peter Halleberg, di casa a Trieste, dove spera di tornare presto per completare il suo libro “Another Time: in Claudio Magris’ World”. È stato infatti proprio Magris, in occasione della prima visita a Trieste di Halleberg, vent’anni fa con la famiglia, a condurlo al Giardino pubblico e sulle Rive. Una passeggiata, completata dalle tracce contenute in “Microcosmi”, da cui è nato un legame forte con la città e le sue suggestioni.

Completa lo sfoglio il ricordo di Sigmund Freud al lavoro alla Stazione Zoologica di Sant’Andrea nella primavera 1876. Il diciannovenne futuro padre della psicanalisi, con una borsa di studio dell’Università di Vienna, e sotto la supervisione dello zoologo Carl Craus, doveva studiare gli organi sessuali delle anguille. «Io torturo me e le anguille per ritrovare il loro maschio, ma invano, tutte le anguille che apro sono del sesso più gentile», scriveva Freud all’amico Eduard Silberstein. Peraltro si lasciò incantare anche dal gentil sesso bipede. E ancora: un profilo della campionessa Irene Camber, fiorettista medaglia d’oro alle Olimpiadi di Helsinki del ’52, ma anche pianista e prima donna in Italia a laurearsi in ingegneria chimica. Infine una giovane promessa della musica, Marco Obersnel, flautista e futuro medico.

Video del giorno

Nicola Tanturli ritrovato vivo, il giornalista che ha dato l'allarme: "Sentivo chiamare mamma"

Estratto di mela, sedano, cetriolo e lime

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi