Così Trieste rimase ai margini del terrorismo

Dopo gli arresti in Francia degli esponenti della lotta armata coperti dalla “dottrina Mitterand” il libro di un giornalista sugli anni di piombo in Veneto e in Friuli Venezia Giulia riapre il dibattito

TRIESTE Tra gli ex terroristi rossi italiani arrestati qualche giorno fa in Francia, dove da anni avevano trovato asilo grazie alla “dottrina Mitterand” del 1985, c’è anche Luigi Bergamin ex militante dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo), che prima si è dato alla fuga e poi si è costituito, come ha fatto anche Raffaele Ventura. Bergamin deve scontare una pena di 16 anni e 11 mesi di reclusione come ideatore dell'omicidio del maresciallo Antonio Santoro, capo degli agenti di polizia penitenziaria, ucciso a Udine il 6 giugno 1978 da Cesare Battisti. Per Bergamin, e per gli altri, si apre ora la lunga procedura di estradizione in Italia. Se l’iter, per cui ci vorranno dai due ai tre anni, arrivasse a conclusione, si metterebbe una volta per tutte la parola fine alla vertenza tra i due paesi sugli appartenenti a varie organizzazioni armate degli anni di piombo in Italia, riparati oltralpe sotto la protezione del diritto d’asilo.

Il filo rosso che lega Bergamin, il terrorismo, gli omicidi, i covi pieni di armi e gli attentati della fine degli anni Settanta e degli albori del decennio successivo al Friuli è il capo di un grosso gomitolo. Chi si ricorda, o ha mai saputo, che un paio di mesi dopo l’omicidio di Aldo Moro alcuni brigatisti trovarono rifugio a Galleriano di Lestizza, in una villa di un commerciante di tessuti?

Li aveva invitati Vanni Mulinaris, il professore udinese noto per essere tra i fondatori della scuola di lingue Hyperion di Parigi, che secondo alcune teorie è stata uno dei centri del terrorismo internazionale e che oggi risiede in una villetta nel centro di Udine. Oppure che Giuseppe Taliercio, il direttore del petrolchimico di Marghera rapito nel 1981, prima di essere ucciso era stato tenuto prigioniero per 45 giorni in una soffitta di una casa di Tarcento.

Il Friuli è stato un brodo di coltura che ha allevano molti terroristi. Come Emanuela Bugitti di Remanzacco, arrestata nel 1980 a Jesolo, grazie alla quale la polizia scoprì il covo di via Sabbadini a Udine, che nascondeva bombe a mano e quasi mille cartucce, oltre alle matrici dei volantini che rivendicavano le uccisioni di Sergio Gori e Alfredo Albanese. Il primo, vice direttore del Petrolchimico di Marghera, ucciso nel gennaio del 1980, il secondo vice capo della Digos di Mestre, assassinato nel maggio dello stesso anno. Se il Friuli era un retroterra dell’eversione e forniva militanti pronti a uccidere, il Veneto, con l’area industriale di Marghera e Mestre era in prima linea. Il giornalista Adriano Favaro, che aveva seguito da giovane cronista di nera del ‘Gazzettino’ tutte quelle vicende, ha appena pubblicato ‘Cronache di piombo. Il terrorismo nel Veneto raccontato dai testimoni di oggi’ (Nuova Dimensione, 224 pagg., 16 euro). Passati quarant’anni da quei fatti con il loro ricordo sempre più sbiadito, Favaro ha sentito la necessità di aprire il suo archivio e riprendere gli appunti e gli articoli scritti quella volta, aggiungendo le voci dei famigliari o dei testimoni, magistrati, poliziotti, che hanno accettato di parlare, alcuni per la prima volta.

Nella prima metà del libro Favaro ricostruisce il clima di quel biennio, ne ripercorre la striscia di sangue che segna gli omicidi, nella seconda parte parlano i testimoni. Ma con la notizia degli arresti in Francia degli ex terroristi, il lavoro di Favaro assume una luce diversa, non è più solo opera di memoria, ma anche attualità, ad esempio laddove tocca il tema, sempre discusso, del perdono. Le parole dei testimoni, dei famigliari delle vittime, dei poliziotti e dei magistrati, ne sono privi. Se dicono di non odiare, di non provare rancori, allo stesso tempo non possono perdonare perché non possono dimenticare.

La moglie di Taliercio, Gabriella, dopo la morte dell’ingegnere aveva confidato al giornalista, che era diventato uno di casa durante i giorni del sequestro e a cui era toccato dover portare la notizia del ritrovamento del corpo, «verrà un giorno che mi chiederanno perdono». Che è diverso, sottolinea Favaro oggi, da dire «io perdono».

Gianni Oliva scrive nel suo ‘Anni di piombo e di tritolo’ che non è accettabile che gli ex terroristi siano chiamati a parlare in alcune università e vengano intervistati senza contraddittorio, mentre la storia degli anni di piombo è soprattutto la storia di chi se ne è andato per sempre. Molti parenti delle vittime sono rimasti invece chiusi nel dolore e hanno provato addirittura un senso di colpa. Come Barbara Gori, figlia del vice direttore del Petrolchimico, che ha passato più di dieci anni convinta che fosse una colpa che il padre fosse stato ucciso dalle Br, e che quella colpa fosse ricaduta su di lei. Per questo molti non ne hanno più voluto parlare.

Il secondo figlio di Giuseppe Taliercio, Cesare, ha aspettato di arrivare a cinquant’anni, e la sua testimonianza, insieme a quella del fratello, sono riportate nel libro. Sono pochi quelli che invece hanno fatto della loro vita una testimonianza come Teresa Albanese, la moglie del vice capo della Digos, che da anni gira l’Italia per testimoniare il lavoro del marito.

Nel racconto dei magistrati, come Carlo Nordio, il ‘giudice con la pistola’, emerge il rischio che c’era in quegli anni di poter morire ogni giorno; molti giravano con le mani in tasca e la pistola pronta a sparare, i sindacalisti avevano la scorta. In tutti questo groviglio infuocato il Friuli ha avuto un ruolo di fiancheggiamento molto importante, mentre Trieste è rimasta ai margini, era una città di confine troppo sorvegliata, poteva essere solo un luogo di transito, troppo pericoloso stabilirvi una base. Anche i cantieri navali restano fuori, mentre a Marghera i terroristi entrano nelle fabbriche. Era una realtà, quella mestrina, ribollente già nel 1970, quando viene messa a ferro e fuoco da Lotta continua e dagli Autonomi che arrivano da Trento, dal Friuli, da Padova.

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