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I 200 anni della “Napoleonica”, l’inutile progetto che costò 90 mila fiorini al civico erario

Doveva collegare Moncolano a San Giovanni. Oggi è la più bella panoramica del Carso

TRIESTE Sono sempre stato legato alla mia città, Trieste, alla sua storia, al suo mare, al porto. Quale posto migliore per abbracciare tutto questo con un unico sguardo, riempirsi gli occhi e fare respirare l’anima se non la strada “Napoleonica”? Un progetto ambizioso, mai portato a termine nella sua forma originale, che quest’anno ne compie duecento. Fu il barone Antonio de Spiegelfeld (governatore di Trieste per due volte dal 1815 al 1817 e dal 1819 al 1823) che ebbe l’idea di costruire una strada che dal valico di Moncolano con modesta pendenza arrivasse a San Giovanni per poi scendere in città. Incaricò del piano l’ingegner Giacomo Vicentini, reggente l’Ispettorato civico edile.

Di lui Giuseppe Righetti nel suo opuscolo del 1865 Cenni storici critici sugli artisti ed ingegneri di Trieste dice che “aveva bensì pratica di costruzione e di amministrazione, ma era digiuno di matematiche e di architettura classica e meno degli altri modi lombardo e gotico” e lo descrive come “di carattere grave, imponente e di colte maniere”. Vicentini iniziò a mettere in opera il disegno aprendo a colpi di mina un varco nel fianco della vertiginosa cortina di roccia che maestosa si erge alle spalle del porticciolo di Cedas. È la grande audacia con cui fu concepito il progetto che forse valse alla strada Vicentina l’appellativo di “Napoleonica”. Sono ancor oggi soltanto mille i metri ultimati. Il motivo probabilmente è spiegato in una lettera che Domenico Rossetti scrisse a Pietro Nobile l’11 luglio 1822: “Per la famosa strada di Prosecco, che costò 90 mila fiorini al civico erario senza che le supreme autorità ne avessero ancora saputo né principio né fine alcuno vi dico che restò sospesa già sotto il governo dello Spiegelfeld, il quale non si accorse della propria bestialità e responsabilità, se non quando vide che i suoi ordini avevano vuotato la cassa civica. Egli allora spacciò fandonie alla Corte, e propose una raccolta di azioni per finirla. La sua proposta venne in circolazione appena dopo la sua morte, ma non produsse che un solo ed unico azionista, il quale per quanto dicesi si sottoscrisse onde farsi beffa della sciocchezza del progetto. Così si amministrano le sostanze di una città!” .

Però del titanico lavoro compiuto Vicentini volle lasciare memoria ai posteri: sulla parete di roccia fece scolpire un’aquila bicipite caricata con l’alabarda triestina recante le iniziali dell’imperatore regnante Francesco I e l’orgogliosa epigrafe RVPIBVS MDCCCXXI EXPVGNATIS/IACOB. VICENTINIVS ODOTECTVS.

Agli inizi degli anni Trenta la Società Alpina delle Giulie promosse l’idea di trasformare in una agevole pedonale la mulattiera che già collegava questa strada con l’obelisco di Opicina. La proposta venne realizzata e la Vicentina continua ad essere anche oggi una delle passeggiate invernali preferite dai triestini per lo stupendo panorama, il riparo dalla bora e il tepore delle pareti calcaree che riflettono i raggi solari e costituiscono anche un’ottima scuola di arrampicata in roccia con diversi gradi di difficoltà. È anche la tribuna d’onore della Barcolana.

Il problema di collegare la città con l’altopiano mediante una strada agevolmente percorribile fu definitivamente risolto poco dopo, sotto il successivo governatore principe Alfonso Porcia, aprendo nel 1830 la via che oggi porta i nomi di Fabio Severo, Alfonso Valerio e strada Nuova per Opicina.

Nel 1908, cadendo il sessantesimo anniversario di regno dell’imperatore Francesco Giuseppe, il Club Turisti Triestini volle celebrare il giubileo erigendo una vedetta all’inizio della strada. Costruita con i fondi di una pubblica sottoscrizione, l’architetto Carlo Hesky disegnò una imponente torre medievaleggiante alta 11 metri, in bugnato di pietra viva, in cui tre archi a sesto acuto e una parete sorreggono un coronamento alludente a caditoie. Una lapide portava la scritta latina “A ricordo per i posteri del LX anno del glorioso regno dell’ottimo imperatore Francesco Giuseppe I il Club dei Turisti Triestini eresse questa vedetta”. Mentre altre furono demolite durante la prima guerra mondiale temendo potessero essere possibili riferimenti per il nemico, questa fu risparmiata, verosimilmente per rispetto a chi era dedicata.

Divenuta proprietà della Società Alpina delle Giulie fu ribattezzata “Vedetta Italia” e l’epigrafe venne sostituita con la seguente dettata da Silvio Benco: “Le Alpi, il mare, la città redenta/un solo sguardo avvolge/la Società Alpina delle Giulie incide/Vedetta Italia/MCMXXII”.

Purtroppo la vedetta fu demolita dall’esercito germanico nel 1944 perché era stata ritenuta una possibile indicazione per gli aerei alleati. Il nome fu ereditato da un’altra vedetta, costruita nel 1956 sulla vicina altura di monte Grisa, a 335 metri di quota.

Affacciarmi oggi al muretto della “Napoleonica” guardando la linea dell’orizzonte tra cielo e mare mi offre, in un lampo, la possibilità di apprezzare il passato di Trieste e vivere il suo futuro in una osmosi perfetta, fluida e costante.

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