Gianni Oliva: «I crimini italiani in Jugoslavia nel ’41 non vanno giustificati»

Lo storico interviene nel confronto suscitato dalle iniziative organizzate in occasione degli ottant’anni dall’invasione e occupazione italo-tedesca delle regioni balcaniche

TRIESTE Altro che pacificato, il passato non passa, è ancora vivo, infiamma gli animi e divide. La mostra “A ferro e fuoco. L’occupazione italiana della Jugoslavia 1941-43” (visitabile al sito www.occupazioneitalianajugoslavia41-43.it) organizzata da Istituto regionale per la storia della Resistenza e dell’Età contemporanea nel Friuli Venezia Giulia, Dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Trieste e Istituto Parri, con il patrocinio della Camera dei deputati, sta suscitando grande interesse: dal 6 aprile, giorno in cui è stata messa in rete, ha raccolto 16.255 contatti con 150.038 pagine scaricate.

Ma ha fornito anche l’occasione per riattizzare polemiche solo sopite. Sull’abbrivio della mostra centoquaranta storici e studiosi hanno lanciato un appello per chiedere alle istituzioni e al Paese un atto di condanna e una presa di distanza radicale per i crimini compiuti in Jugoslavia dal regio esercito.

Nei due anni di occupazione, i soldati, le autorità di polizia, i carabinieri e le milizie fasciste dei battaglioni “M” disposero su tutto il territorio le misure della “guerra ai civili”. Fucilazioni di civili e partigiani, deportazioni di massa, incendio e saccheggio delle città e dei villaggi, stragi, violenze e abusi sulla popolazione assunsero un carattere sistemico codificato dalle disposizioni della ‘circolare 3C’ firmata dal generale Mario Roatta, già capo del Servizio Informazioni Militari, guida delle truppe fasciste in Spagna e poi al vertice della II Armata di occupazione in Croazia.

Contro questa lettura degli avvenimenti si è espresso nei giorni scorsi su queste pagine Stefano Pilotto, professore di storia delle Relazioni internazionali presso il Mib di Trieste, che ha sostenuto come le azioni italiane fossero giustificate dal diritto di rappresaglia previsto dal codice militare. Insomma la mostra, secondo Pilotto, avrebbe colpito l’onore dell’Italia.

Lo storico Gianni Oliva, che all’occupazione italiana in Jugoslavia e ai suoi crimini ha dedicato il libro “Si ammazza troppo poco” (Mondadori, 2006), scuote la testa di fronte a queste polemiche: «Non ci siamo».

In che senso, professore?

«Se dobbiamo chiedere scusa alla Jugoslavia - risponde Gianni Oliva - dobbiamo chiedere scusa anche alla Grecia, alla Libia alla Grecia. Così non ne usciamo. Il superamento dei torti non sta nel chiedere scusa in modo unilaterale, sta nei gesti. La pacificazione ha bisogno di gesti forti e bilaterali. Come quelli che hanno fatto Napolitano, Türk e Josipović, Presidenti di Italia, Slovenia e Croazia, a Trieste nel 2010, un abbraccio ideale fra popoli e nazioni “vicine di casa” che voleva archiviare una volta per tutte le tensioni del secolo scorso. E come l’incontro mano nella mano di Mattarella e Pahor l’anno scorso in occasione dell’anniversario dell’incendio del Narodni Dom».

A proposito della mostra sulle violenze italiane in Jugoslavia, c’è chi ha parlato di onore ferito.

«Nel titolo del mio libro “Si ammazza troppo poco”, riprendevo la frase del generale Robotti che si lamentava del fatto che i nostri soldati erano troppo morbidi con i partigiani. Abbiamo fatto la guerra con la Germania nazista e quindi abbiamo fatto esattamente quello che hanno fatto i nazisti, se abbiamo ammazzato di meno è perché eravamo meno efficienti sul piano militare. Le fucilazioni sommarie di civili, gli incendi di villaggi, le deportazioni, sono state azioni vergognose; nei campi dove sono stati deportati gli sloveni, come quello di Gonars, si moriva per le condizioni igieniche, le malattie non curate, la fame».

Ciononostante il mito dell’italiano brava gente resiste.

«È sempre meglio essere più bravi che cattivi. Il mito è radicato, duro da rimuovere, pensiamo al film di Salvatores “Mediterraneo” e a quello che trasmette, mentre in Grecia ci eravamo andati da invasori. Ma il problema non è chiedere scusa, il punto è un altro. Posto che non si può arrivare a una memoria condivisa, perché le memorie sono plurali, dobbiamo arrivare a memorie che si rispettino reciprocamente. Altrimenti si rischia di creare una contrapposizione che non porta da nessuna parte».

Insomma, dopo le azioni simboliche e significative compiute dai Capi di stato cui ha fatto riferimento, secondo lei c’è stato un passo indietro?

«Direi di sì e faccio un esempio. Eric Gobetti (studioso che ha contribuito alla mostra “A ferro e fuoco”, ndr) nel suo recente libro “‘E allora le foibe?”, non dice nulla di nuovo, ma tende a ridimensionare il numero dei morti e più ampiamente tutto il discorso sul 10 febbraio, Giorno del ricordo. Una visione che ha trovato spazio negli ambienti dell’Anpi, offrendo così una sponda per la destra. Mi pareva che si stesse andando verso il superamento delle foibe trasformandole in patrimonio collettivo, ma se adesso si deve parlare della occupazione della Jugoslavia in contrapposizione alle foibe, non va bene. Un conto è che per spiegare le foibe si risalga a quello che c’è stato prima, un altro usare le violenze compiute in Jugoslavia dai nostri soldati per ridimensionare, giustificare o rimuovere quello che è successo dopo».

Fiammiferi di asparagi con aspretto di ciliegie

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi