La donna che “piaceva all’elefante” nei racconti della ragazza di Portole

La scrittrice due volte esule, figlia dell’irredentismo, morì a Città del Messico

TRIESTE Lia è una creatura pallida e minuta, i capelli biondo cenere, dotata di un’aspirazione inesauribile a voler trasfigurare le cose. È un mondo musicale e poetico il suo, poiché «è una compositrice di armonie che le sgorgano dentro come improvvisi fiori di luce», come dice di lei l’amica che l’accompagna in una serata al circo, sedute entrambe in un palchetto della prima fila. Lo spettacolo procede secondo un programma collaudato e preciso, che suscita nelle due spettatrici una celata apprensione per tigri e leoni che, al di là delle sbarre, ruggiscono minacciosi e saltano agili e veloci a pochi centimetri dai posti privilegiati assegnati alle due signore. Quando arriva il momento degli elefanti, il più grande dei pachidermi, passando accanto al loro palchetto, sfiora, quasi in un baciamano galante, la mano di Lia, che si ritrae di scatto, impaurita. La cosa si ripeterà, con graduazioni differenti, ad ogni passaggio del bestione nel punto della pista dal quale poteva delicatamente allungare la proboscide verso Lia, finché «tutti gli spettatori e tutte le bestie del Circo si accorsero che un elefante s’era innamorato di una donna». Sembra, nel leggere il breve raccontino, la versione narrativa della poesia “La capra” di Saba: anche qui la voce narrante assiste stupita a un intenso scambio emotivo tra due creature appartenenti a specie diverse.

Il racconto s’intitola “Piaceva all’elefante”, titolo ceduto anche alla raccolta di cui è parte, otto testi in tutto, cinque di medie dimensioni e tre racconti brevi. È stata proprio la bizzarria di quel titolo a incuriosire chi scrive e a convincerlo a procurarsene una copia. Si tratta dell’ultimo libro dell’istriana Aurea Timeus (Pola, 1902 – Città del Messico, 1981), nata in una prestigiosa famiglia di Portole. Suo padre, Giovanni, fu giornalista, ma soprattutto attivamente irredentista e quindi inviso alle autorità austroungariche, il che lo indusse ad abbandonare l’Istria con la famiglia alla vigilia dell’entrata in guerra dell’Italia nel 1915. I Timeus ripararono dapprima a Udine, poi, dopo la disfatta di Caporetto, si trasferirono a Roma e fecero ritorno in Istria soltanto a guerra finita. Ma non era finita per loro la via dell’esilio, e così, all’inizio del secondo dopoguerra, Aurea ritornò a Roma per poi trasferirsi definitivamente a Città del Messico, seguendo il figlio che si era stabilito nella capitale centroamericana.

Una produzione letteraria, quella della Timeus, di non dilatate dimensioni e tuttavia assolutamente non episodica, che comprende sei volumi pubblicati in italiano, reperibili ormai tutti solo sul mercato antiquario, più uno in lingua spagnola, “Aquellas imagenes lejanas”, pubblicato in Messico nel 1978, in pratica del tutto introvabile, almeno nel nostro Paese. L’esordio narrativo avvenne con la pubblicazione, nel 1946, di un corposo romanzo storico, La mia gente, la storia della famiglia della scrittrice lungo un percorso di oltre un secolo. Una storia, ambientata in Istria, innervata da pulsioni irredentiste, resa attraverso un racconto attento a mantenere nell’alveo dell’intimità familiare l’attenzione, specialmente nei confronti delle donne che della famiglia costituivano il fulcro. Come ha osservato Elis Deghenghi Olujic, «nel romanzo, che affronta e vince la sfida di narrare per grandi cicli, la Storia e le storie si mescolano tra di loro, quasi a suggerire che se la Storia è fatta dagli uomini, le storie sono fatte dalle donne, attorno le donne».

A leggere il volumetto “Piaceva all’elefante”, ultimo approdo della carriera narrativa della Timeus, si direbbe che questa tendenza a indagare, con acuto e partecipe interesse psicologico la condizione esistenziale e sociale delle donne non sia mai venuta meno e anzi per la scrittrice istriana sia stata mantenuta e affinata fino a questa silloge di racconti che conclude la serie delle sue pubblicazioni. In sette degli otto racconti che la compongono, la protagonista delle storie è difatti una donna, ed anche qui l’attenzione, concentrata sulla definizione del carattere e delle modalità di rapportarsi agli altri, non devia tuttavia dal considerare come parte integrante della storia il paesaggio nel quale essa di dipana, tanto in senso topografico che in senso storico e sociale.

Vengono così proposte al lettore (ad esempio nel racconto “Passaggio obbligato”) vicende e personalità ambientate nella Roma del secondo dopoguerra – dove «una finestra fiorita incornicia la cupola di San Pietro» – in un confronto triangolare tra Clara e Livia, due amiche di mezza età e la loro donna di servizio, che si proclama discendente diretta di Garibaldi, rivelando ciascuna delle tre aspetti in parte esibiti, in parte sottaciuti, della loro storia e del loro presente. Il gioco narrativo, qui come negli altri racconti, alterna la descrizione dei fatti con quella dell’ambiente in cui la narrazione si svolge, e dei presupposti storici e sociali su cui essa si regge.

L’articolazione degli otto racconti consente alla Timeus di mettere in scena situazioni ed ambienti la cui ascendenza è facilmente ascrivibile, almeno in parte, al suo stesso percorso biografico, svolgendosi di volta in volta nelle viuzze di Trastevere, in una campagna istriana arretrata e tuttavia incantevole, nei saloni e nelle passeggiate sui ponti di una nave da crociera, nel reparto maternità di una clinica messicana, in un «Grand Hotel di provincia, dal nome pretenzioso come il suo stile in patetica decadenza», in un localino di Montparnasse dove si esibiscono donnine nude per turisti provinciali, presso una baita, seconda casa con un impossibile giardino al Sestriere. E ciascuno di questi ambienti è il pretesto per raccordarsi armonicamente allo stato d’animo dei personaggi – donne quasi sempre – che rivelano nelle poche pagine loro dedicate un’acuta, talvolta acuminata consapevolezza del loro stato e del passato che in qualche misura lo ha determinato.

Una scrittura, questa di una donna per due volte esule dall’Istria, che vale la pena di riscoprire.

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