Giorgio Strehler, il ragazzo che dalle radici triestine imparò la magia del teatro

Per il centenario della nascita del regista triestino Cristina Battocletti firma per La nave di Teseo una biografia dell’artista che ha lasciato la più rumorosa impronta nella regia del ’900 europeo

TRIESTE«Giorgio era un pianeta» dice Andrea Jonasson, parlando dell'uomo capace di cambiare le vite. Non solo la sua: la vita di un'attrice tedesca catapultata in Italia per amore di lui e trasformata. Ma anche la vita del teatro: quello italiano, quello europeo, il teatro di un secolo, trasformato anch'esso.

Per raccontare in un libro il "pianeta Strehler" ci vogliono oltre quattrocento pagine. Tante quante ne ha riempite Cristina Battocletti nel suo lavoro di esploratrice di vite. In "Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste" (La nave di Teseo, 19 euro, pagg. 436, ebook, 9,99 euro, in uscita il 22 aprile) Battocletti percorre in lungo e in largo quel pianeta, provando a descriverne i tanti climi, le tante luci, le tante donne.

Nell'anno in cui ricorre l'anniversario della nascita di Strehler, ricordi e rievocazioni e commenti non mancheranno. C'è anzi da pronosticarne il culmine, ad agosto, sotto il segno del Leone. Proprio cent'anni fa in quei giorni e da queste parti, nella silenziosa casetta a due piani in una stradina discosta di Barcola, nasceva l'artista che ha lasciato la più rumorosa impronta nella regia italiana e nella pratica teatrale del Novecento europeo. Per scomparire improvvisamente un momento prima che il secolo di concludesse: la notte di Natale del 1997, a Lugano.

Ma definire Strehler "il ragazzo di Trieste", non è solo scegliere un titolo per una biografia: è fissare un punto di vista. È la chiave per andare a scoprire che cosa abbia fatto di Strehler un uomo capace di essere triestino, milanese, italiano, europeo, tutto nello stesso tempo. Battocletti, friulana d'origine, poteva farlo. Con lo sguardo di coloro che vedono da lontano il mare - come nelle canzoni di Paolo Conte - oltre che la cultura mitteleuropea. Tanto da rimanerne infine stregata e dedicare prima a Boris Pahor ("Figlio di nessuno", 2012), poi a Bobi Bazlen ("L'ombra di Trieste", 2017), e adesso finalmente a Strehler, il proprio stringente lavoro di cartografa di vite straordinarie.

Non è uno scrittore, stavolta, ad essere mappato. È il regista che ha dato al Piccolo Teatro di Milano una grande notorietà mondiale. Naturale perciò che il volume vada modellandosi come una pièce teatrale, o un'opera musicale. Una tra le tante che il regista aveva messo in scena, fino a quell'ultima "Così fan tutte", rimasta incompiuta nel dicembre fatidico del '97.

Un libro allestito come uno spettacolo: sette scene, sei intervalli, ouverture all'inizio e sipario finale. In mezzo, un apparire e uno scomparire continuo di personaggi. Dai ruoli più importanti (Paolo Grassi, Nina Vinchi "terza fondatrice del Piccolo", e tutte le iconiche attrici di quel teatro Valentina Cortese, Milva, Giulia Lazzarini, Ottavia Piccolo, Andrea Jonasson...) fino ai figuranti meno noti, ma indispensabili e capire la complessa personalità di Strehler. Che sta tutta - assicura Battocletti - nelle sue radici.

È nelle prime decine di pagine, dedicate alle origini, che si disegna il mondo di luci e ombre che saranno poi il segno maturo del regista, mago degli effetti luminosi. «Se quella abilità appare a tutti magica o stregonesca, è perché c'è lo zampino di Trieste» scrive la biografa.

Il nonno materno, Olimpio Lovrich, è un montenegrino, impresario teatrale, e a Trieste tiene il timone del Teatro Verdi e del cinema-teatro Fenice. La nonna è una francese, Marie Aline, «che mai parlò altro che il francese».

La madre, la "mammetta" anzi, si chiama Albertina Lovrich, cognome che verrà italianizzato in Ferrari, quando diventerà violinista di una certa fama e comincerà a esibirsi con il Trio di Milano. Infine, appena sbalzato in controluce dalle proprie origini tedesche, il padre, Bruno Strehler, morto di tifo fulminante, a 28 anni, durante un viaggio con Albertina a Vienna («Mia madre fece ritorno a Trieste in treno, da sola, con la cassetta delle ceneri sulle ginocchia»). Il piccolo Giorgio aveva solo tre anni.

In una casa (in via San Lazzaro 4, per essere precisi) che risuonava di musica e di voci di donna, «il ragazzo di Trieste» cresce sognando un futuro da direttore d'orchestra. E tale lo prefigura il direttore e compositore Victor de Sabata (altro eccellente nome della diaspora triestina) che lo incontra quando ha meno di 30 anni: «Perché non ti rimetti a studiare musica con me per due o tre anni?».

«Penso che ognuno di noi che fa un certo mestiere - rifletterà Strehler parecchio tempo più tardi - possa sostenere che avrebbe dovuto farne un altro».

Infatti la storia va in tutt'altra direzione, quella che conosciamo, e si squaderna per le successive 400 pagine del libro.

Fino alla stretta finale - la notte tra il 24 e il 25 dicembre - che ripercorre, in un montaggio velocissimo, quasi in un filmato, il diffondersi della notizia della morte. Che coglie impreparati, increduli, atterriti, tutti i personaggi di quello spettacolo che è stata la vita di Giorgio Strehler.

«Da Trieste aveva ereditato il senso dell'apocalisse e dell'angoscia, di un sentimento sempre sull'orlo del baratro» scrive Cristina Battocletti. Che è una visione estremistica della città, ma adeguata al personaggio. «Strehler è la più grande contraddizione montata su due gambe che si possa immaginare. Per lui è impossibile non spendere superlativi assoluti, e molto spesso di segno opposto».

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