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Da Roma a New York correre è come scrivere sulle strade della verità

Mauro Covacich

Esce oggi per La nave di Teseo il nuovo libro di Mauro Covacich, “Sulla corsa”, global novel tutto dedicato alla grande passione da podista dello scrittore triestino

TRIESTE Mauro Covacich si è deciso infine a lasciar da parte storie che, in altri suoi libri, interferivano con la sua passione di sempre, la corsa. Ne era rimasto affascinato presto allorché, undicenne, aveva partecipato quasi per caso a una competizione. Non importa se era arrivato solo terzo, e se per quarant'anni non era riuscito ad essere il primo, dal momento che aveva scoperto l'identità del vero avversario: non l'"altro", ma un "se stesso" proteso a sfidare i propri limiti. Correre significa dunque praticare un esercizio quasi ascetico per superare la prova, agire sul proprio corpo fino a smaterializzarlo e farlo divenire moto puro al pari delle stelle che nell'etere, come vuole l' etimo greco aei thein, sono appunto sempre in corsa. Protagonista del racconto è infatti la mente che «non è il cervello» ma «il sistema del corpo che pensa», la rete che avviluppa insieme «il mio avampiede, il mio cuore, il mio glicogeno, i miei desideri, la mia memoria, tutto me stesso».

“Sulla corsa”,appena uscito per La nave di Teseo (pagg. 160, Euro 15), non è però solo un racconto enciclopedico sugli aspetti medici, psicologici, chimici, nutrizionali, sociologici, economici ed altro di quelle particolari discipline che sono la corsa e la maratona, ma è un romanzo a tutti gli effetti. Come la grande comunità di asceti laici che vive per correre, al contrario dei culturisti che si confrontano con lo specchio, o di chi fa jogging anche a vantaggio della salute, il podista guarda il fuori attraverso il dentro. Introspettivo, pratica una forma di distorsione dello sguardo che genera dipendenza e che dialoga con tutto ciò che dall'esterno può modificarlo: percepisce così « il cambiamento di spinta e di angolazione del piede nell’impatto col suolo, l’elastica accelerazione del miocardio, l’impennata del consumo di ossigeno, la combustione dell’atp nei mitocondri, la ritirata del sangue dalle periferie inutili, le calorie incendiate nei quadricipiti e subito abbandonate a terra».

Covacich ha scritto insomma un moderno "global novel", un racconto deterritorializzato, se ad essere messi in primo piano sono le stesse esperienze vissute da lui e a altri nei più diversi angoli del mondo, privi ormai di una caratterizzazione specifica: le strade di Roma come quelle di New York, le piste del Carso come quelle lungo il Tibisco ungherese, o delle Dolomiti. La morfologia del romanzo globale esige poi la presenza di un narratore che torna ad essere autorevole e che interviene commentando le vicende senza mai smettere di ricordare al suo lettore che la narrazione, se non può toccare la verità, è tuttavia un'arcaica tecnologia specializzata nella simulazione dei problemi umani.

Della corsa pone dunque anche il problema del rapporto tra verità e racconto della verità, tra vita e forma. Vista da questa angolazione, la corsa ha in effetti un rapporto stretto con la parola e con il ritmo, in un certo senso con l'arte. Il corpo che pensa di raggiungere il più alto grado di bellezza nella corsa certamente non può non seguire una sorta di metrica interiore, scaturigine prima della struttura ritmica della poesia delle origini.

Per i greci e i latini l'unità di misura del verso era infatti il "piede". Del resto le gare di corsa occupavano uno spazio significativo nell'epica classica e sono vinte non dal più forte, ma da chi sa dosare meglio le proprie energie, con calcolata umiltà. Come hanno saputo fare i campioni entrati ormai nella leggenda.

Che la corsa sia dunque anche il simbolo dell'eterna pulsione tra il ragionevole istinto di vita e il dissipante istinto di morte è insito nell'episodio che dà il nome alla corsa più famosa del mondo: il soldato Filippide che da Maratona corre ad Atene per annunciare la vittoria muore subito dopo l'annuncio. Interpretata come una missione estrema, spesso compiuta in uno stato d'esaltazione, a volte vissuta come mezzo di rivalsa ideologica, la corsa in queste pagine riesce a far conoscere l'intero repertorio del suo rischioso potere di seduzione.

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