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Girando a Belgrado sull’auto di Göring il diplomatico scrittore faceva irritare Tito

Lawrence Durrell

Lawrence Durrell, l’autore di “Quartetto d’Alessandria”, tra il ’49 e il ’53 soggiornò più volte a Trieste, dove comprò il gioiello blindato del Maresciallo del Reich e la moglie Eve fu internata all’ospedale psichiatrico

TRIESTE Pur di fuggire al grigiore britannico, Lawrence Durrell (1912-1990) visse tutta la vita da espatriato. Tra il '57 e il '60 raggiunse il successo letterario con lo scandaloso “Quartetto d'Alessandria”, la sua opera più ambiziosa, un capolavoro che rivoluziona la forma del romanzo attraverso una narrazione caleidoscopica. Scrisse anche bei libri di viaggio, come “La grotta di Prospero” su Corfù, o “Riflessi d'una Venere marina” su Rodi.

È poco noto che tra il '49 e il '53 la sua attività di diplomatico lo portò a soggiornare più volte a Trieste, città che ritroviamo nella sua corrispondenza e in alcuni suoi libri, come nel thriller “Aquile bianche sulla Serbia” (in cui è meta di due rifugiati al soldo dell'Ozna la polizia segreta iugoslava) o ancora nella satira “La puzza al naso" in cui racconta le sue esperienze al servizio del Foreign Office.


A Trieste approdò dopo un'avventurosa parentesi nella mitica Alessandria di Kavafis e di Cossery, popolata di profughi, spie, prostitute, lestofanti, militari e poeti, che evocò ed eternò in “Justine” assieme a Eve Cohen che divenne la sua seconda moglie. Nel dopoguerra Durrell divenne addetto stampa all'Ambasciata Britannica di Belgrado. Per raggiungerla, era partito da Londra il 20 maggio 1949 e via Parigi era arrivato a Trieste per ottenere dal Governo Militare Alleato i visti per entrare in Jugoslavia.

Lawrence non era un adone, ma aveva fascino, era un donnaiolo, istrione, bevitore, viziato e violento. Progressista, restò scioccato dal socialismo reale, tanto da diventare anti-comunista e proclamarsi monarchico-fascista (in Egitto aveva anche imparato a odiare l'Islam). Un mese dopo l'arrivo nell'esecrata Belgrado, a giugno del '49 Lawrence scrive al suo libraio Thomas Alan che s'era rifugiato con Eve per qualche giorno a Trieste, raggiungibile in 24 ore grazie alla nuova “Autoput A1”: “perché rappresenta il nostro più vicino punto civilizzato di riferimento”.

Vi tornano - ancora per disperazione - a gennaio del '50: “Siamo riusciti a passare qualche giorno a Trieste, che miracolo - dopo la Yugoslavia – fare shopping e vedere persone abbigliate con indumenti caldi” scrive all'amico corfiota Constantin Zarian. Maggiori dettagli fornirà a Henry Miller, in una lettera del 13 gennaio 1950 dal tono piuttosto politically incorrect. Lasciatosi alle spalle una Belgrado innevata, Lawrence racconta che ha trascorso con Eve una vacanza a Trieste: «uno strano Porto-Franco circondato da comunisti in riva al mare. Qui almeno abbiamo potuto vedere negozi con qualcosa in vendita, e persone che non sembravano sbiancate dalla fame e dalla paura. Caffè dove sedersi, e visi sorridenti. Ma la città, nonostante tutta la sua popolazione italiana, ha una curiosa sobrietà, una mancanza di brio meridionale. Ho scoperto il motivo: 60.000 sloveni e 6000 croati. Il carattere di questi mitteleuropei è noioso, auto-commiserante e slavo, come i polacchi: pesante come il piombo. Molto lontano dalla leggerezza e dalla sensualità mediterranea. È stato comunque bene vedere Trieste per capire perché scatenò in Stendhal una reazione così forte».

A dispetto degli “odori provenienti dalle steppe ungheresi”, i Durrell vi tornano a giugno del '50, in partenza per una vacanza a Ischia. Memorabile resta però il soggiorno di Lawrence a Trieste nel febbraio del '51 quando, girando per la città, scovò in un garage un'enorme automobile blindata Horch, un gioiello grigio argento, 8 cilindri e 40 cavalli, un tempo appartenuta a Göring e abbandonata a Trieste probabilmente da Globočnik.

Lawrence la comprò per poche lire, ma i suoi colleghi non apprezzarono vederlo girare per Belgrado sull'auto con cui “Hermann” era entrato a Praga e sembra che suscitò l'invidia di Tito la cui limousine non era nemmeno “bullet-proof”. Lawrence distruggerà la Horch l'anno dopo, in un incidente da cui però uscì illeso. Nella primavera del '51 Eve mise al mondo a Oxford la figlia Sappho e a settembre la famiglia tornò a Belgrado col Simplon Express via Trieste, ma in autunno la donna iniziò a dare segni d'una grave depressione bipolare.

A dicembre Eve viene ricoverata nel Reparto Psichiatrico dell'Ospedale militare britannico di Hannover, dove restò per un anno. Sperando nella sua guarigione, il 23 settembre 1952 Lawrence è di nuovo a Trieste per fare acquisti, progetta di dare le dimissioni dal F.O. e trasferirsi a Cipro per dedicarsi solo alla scrittura. Ma a Eve è diagnosticata una “schizofrenia acuta” e il 13 gennaio 1953 viene trasferita all'ospedale psichiatrico di Trieste. Il 14 gennaio Lawrence le fa visita con la bambina, Eve gli comunica che non li seguirà a Cipro, quindi padre e figlia s'imbarcano soli per Limassol il 19 gennaio.

Nelle prime pagine de “Gli amari limoni di Cipro” Durrell descrive l'incandescente stato delle cose nella Trieste occupata del '53. Racconta che qui aveva trovato una guida dell'isola del 1893: «la raccolsi da una bancarella di libri ch'era stata rovesciata a terra a Trieste. C'erano stati dei disordini a seguito del lancio di una bomba, e io stavo correndo al mio hotel di ritorno dalla visita al manicomio. La strada coi banchi di frutta e le vetrine in frantumi illustravano perfettamente il mio stato d'animo. Le pattuglie del Gma perlustravano la città. L'intero contenuto di un negozio di giocattoli era esploso sulla strada dando al tutto un'aria carnevalesca». Durrell si chinò, raccolse furtivo il libro e lo mise nella tasca coi biglietti per Cipro. A Trieste non sarebbe più tornato. —

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