L'auto targata SS del diplomatico Durrell che irritò Tito

Lawrence Durrell

Sul Piccololibri in edicola sabato 10 aprile la storia dell’autore del “Quartetto di Alessandria”, che a a Trieste trovò un gioiello a motore, l’intervista al compositore Fabio Nieder e un’inspiegabile fake news costruita da Pinguentini

TRIESTE L’autore del “Quartetto di Alessandria”, l’inglese Lawrence Durrell, approdò a Trieste nel 1949, insieme alla seconda moglie Eve Cohen, diretto a Belgrado dove era stato nominato addetto stampa dell’Ambasciata britannica. Fino al ’53, l’arco di tempo in cui svolse la sua attività diplomatica in Jugoslavia, Lawrence tornò più volte a Trieste, «perchè - scriveva al suo libraio Thomas Alan, appena pochi mesi dopo aver assunto l’incarico - rappresenta il nostro più vicino punto civilizzato di riferimento». Nel gennaio 1950 Lawrence si ritaglia un’altra trasferta triestina, lasciandosi alle spalle una Belgrado sepolta dalla neve, alla ricerca di negozi dove ci sia qualcosa da comprare. Scendere a Trieste gli pare un “miracolo”, anche se riconosce nella città una “curiosa sobrietà”, una mancanza di brio meridionale. «Ho scoperto il motivo», scrive, il 13 gennaio, all’amico Henry Miller, con un tono piuttosto politically incorrect. «60.000 sloveni e 6000 croati. Il carattere di questi mitteleuropei è noioso, auto-commiserante e slavo, come i polacchi: pesante come il piombo».

A Lawrence Durrell, fascinoso scrittore donnaiolo e bevitore, è dedicato uno degli approfondimenti del Piccololibri in uscita domani con il quotidiano, all’interno di Tuttolibri della Stampa. Sette pagine su personaggi, storie, libri e scrittori da riscoprire, legati a Trieste, Gorizia e Monfalcone, con qualche puntata - come in questo numero - anche nella Destra Tagliamento.


Lawrence Durrell a Trieste un gioiello da acquistare lo trovò davvero: un’auto blindata, scovata in un magazzino, appartenuta a un altissimo gerarca nazista, con cuì finì a scorazzare per le strade di Belgrado suscitando l’invidia e l’irritazione del Maresciallo Tito, che non ne possedeva una altrettanto accessoriata e sicura.

Il paginone centrale dell’inserto riporta ai tempi della Grande Guerra, rievocati con intensità e forza nei quadri del pittore trevigiano Paolo del Giudice, in mostra alla Galleria Sagittaria di Pordenone fino al 2 maggio. Si tratta di ritratti e primi piani di soldati e ufficiali impegnati nelle trincee austro-italiane, ma anche di dettagli di paesaggi, di luoghi, di carri militari, di esecuzioni. Visi e scenari che trasmettono non tanto il senso della tragedia, che comunque pervade ogni tela, quanto - ha detto il curatore Giancarlo Pauletto - un tono di stupefazione, quasi il pittore rivivesse i fatti in una sorta di incubo popolato di fantasmi, usciti dal sonno della ragione.

La copertina del Piccololibri rievoca il racconto del viaggio di “James Joyce in Italia” di Gianni Pinguentini, l’autore del “Nuovo dizionario del dialetto triestino”, che descrive le tappe compiute da Joyce e Nora nel 1904 nel loro trasferimento da Dublino a Trieste, con soste a Parigi, Zurigo, Vienna e Lubiana. Pinguentini, però, rivede il tragitto inserendovi una vera e propria “fake news”, ovvero un passaggio a Verona della coppia, in realtà mai avvenuto. La città in questione è invece proprio Lubiana, dove lo scrittore irlandese trascorse la notte del 19 ottobre 1904, convinto di essere arrivato a destinazione, cioè a Trieste. Da Zurigo aveva raggiunto Vienna, poi, attraverso la Südbahn, era arrivato in città passando per Maribor e Lubiana. Non si sa perchè Pinguentini abbia inserito questa tappa inesistente: forse per trovare un legame tra Joyce e l’Italia che tagliasse fuori la città che allora si chiamava Laibach? O forse perchè il libro era edito dalla Linotipia veronese di Ghidini e Fiorini? Il sospetto di eccesso di zelo sul versante dell’italianità investe comunque anche il dizionario del dialetto triestino del ’54, pesantemente criticato sulle colonne del Piccolo da Lino Carpinteri, secondo cui l’autore era “un dilettante, allergico all’elemento straniero nel nostro dialetto”.

Tra i personaggi intervistati dal Piccololibri questa settimana c’è il compositore Fabio Nieder, che vive in Baviera, ma ritorna regolarmente a Trieste per l’insegnamento di composizione al conservatorio. Nieder, che ha studiato con Giulio Viozzi e Roberto Repini, amico di Pavle Markù e a suo agio con la lingua e la cultura tedesche e slovene, ha fatto della multiculturalità la sua cifra. E questo insegna ai suoi allievi, «perchè in musica esiste una grammatica, ma i limiti vanno sempre messi in discussione».

Completano lo sfoglio l’«old case», che ci riporta a violenze e femminicidi nella Trieste asburgica, e una poetica mappa d’autore tra Rotonda Pancera, piazzetta Barbacan, Arco di Riccardo e piazzetta San Silvestro, quando il rione era popolato di botteghe e i bambini giocavano in strada, attenti a non avventurarsi nella peccaminosa via dei Capitelli. —
 

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