La battaglia della Bainsizza bagno di sangue sull’Isonzo fu l’antipasto di Caporetto

Guido Alliney ricostruisce per la Libreria Editrice Goriziana le fasi meno note dello storico scontro armato

la recensione



L’undicesima battaglia dell'Isonzo fu la vera prefazione di Caporetto, scriveva Indro Montanelli in un capitolo della sua storia d'Italia. Quella combattuta nell'agosto del 1917, sull'altopiano della Bainsizza, a pochi chilometri a est di Gorizia, si concluse sì con un successo per le truppe italiane, ma il frutto raccolto dagli sforzi dei 700 mila uomini che Cadorna lanciò all'attacco da Tolmino al Carso, fu così fugace in rapporto allo sforzo prodotto, che finì con l'instillare nelle truppe un senso di scoramento. Gli italiani erano penetrati per oltre dieci chilometri sino all'ultima linea a protezione di Trieste, sembrava fatta, ma sull'ultimo ostacolo le truppe si fermarono dissanguate. In pochi giorni avevano perso 100 mila uomini; perdite che si sommavano ai 250 mila, tra morti e feriti, che si erano contati nel primo anno di guerra e ai 400 mila del 1916. Un esito che lasciò l'esercito sfiancato di forze e prostrato nello spirito. A quella battaglia Cadorna era arrivato per scrollarsi di dosso gli inutili assalti delle precedenti dieci offensive sull'Isonzo. L'obiettivo del comando supremo era di conquistare l'altopiano della Bainsizza e la linea Terstelj - Hermada nonché il vallone di Chiapovano per recidere la vitale arteria della resistenza nemica. La parte meno studiata di quella azione militare è quella che avvenne sul lato nord dell'altopiano, dove si concentrò il tentativo di forzare l'Isonzo.

Lo studio di Guido Alliney“Bainsizza 1917. L'azione del XXVII Corpo d'armata verso Tolmino” (Leg Libreria Editrice Goriziana, pagg. 320, euro 22) approfondisce analiticamente le fasi della battaglia, avvalendosi delle più importanti pubblicazioni sull’argomento, fra le quali il diario del generale Vanzo, comandante del XXVII corpo d'armata, utilizzato per la prima volta dopo la sua recente pubblicazione, e facendo uso di documentazione inedita conservata nell’archivio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito a Roma. Il giorno 17 di quell'agosto, mentre le grandi preoccupazioni dei comandi italiani erano, oltre al nemico, le diserzioni, la propaganda disfattista e i cedimenti in combattimento, le artiglierie cominciarono a bersagliare i centri sensibili e il sistema di comunicazioni. Il duca d'Aosta, comandante della Terza armata attaccò gli austro ungarici dal Vipacco al mare e il generale Luigi Capello, comandante della Seconda armata, più a nord. La battaglia si concluse una decina di giorni dopo e se l'epilogo, nota Alliney, fu troppo sanguinoso e non portò i risultati sperati, non si trattò di una sconfitta per l'esercito italiano. Infatti, il superamento dell’Isonzo consentì di eliminare un’importante protezione per la Isonzo Armée, rendendone più debole il fronte, e più urgente una controffensiva.

Capello difese il proprio operato non solo in base ai successi tattici ottenuti, ma anche in un’ottica più ampia, dato che la vittoria della Bainsizza ridusse il nemico allo stremo. Nella conduzione della battaglia Capello introdusse novità tattiche che contribuirono a rendere più efficiente e fluida la manovra, anche se non bastarono a renderla vincente: suo fu il merito di aver per primo impiegato gli Arditi, fu pure merito di Capello aver utilizzato largamente l’arma aerea e aver insistito sulla coordinazione dell’azione delle varie armi e dei vari reparti.

Purtroppo, sottolinea Alliney, queste innegabili innovazioni non furono messe bene a frutto da un esercito non ancora preparato a condurre una guerra più moderna, ma furono preziose esperienze per gli anni a venire. Il limite di Capello fu l’incapacità di valutare il fallimento del piano di battaglia e la smania di attaccare sempre, anche contro le sue stesse convinzioni tattiche – anche cioè ricorrendo, come nel caso dell’azione del XXVII corpo d’armata, a interminabili serie di attacchi frontali di fanteria – fu sicuramente il limite più evidente della sua azione di comando. —



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