“Il salto” per togliersi la vita è il riscatto di tante solitudini

Il libro di Simone Lappert edito da Guanda è un racconto corale ambientato in un cittadina svizzera dove nulla è come sembra



È un lungo piano sequenza l'inizio. Una frase senza punti che non permette di prendere fiato perché descrive il lancio nel vuoto di una persona, l'insieme delle azioni che affronta un corpo umano che si lascia cadere dalla cima di un condominio mentre la forza di gravità attira inesorabilmente verso il basso e ogni singolo muscolo si trasforma, si dilata o inizia a bruciare. In un viaggio di pochi secondi, che diventa l'epopea momentanea e diluita di una vita che sta per giungere con violenza al termine, ogni dettaglio e ogni sensazione devono essere goduti e assaporati per quello spettacolo unico e irripetibile, un gioco che attira alla Terra e insieme allontana in maniera definitiva. Si apre con un sequenza al cardiopalma il romanzo di Simone Lappert“Il salto” (Guanda, pagg. 300, euro 18) che arriva in questi giorni nelle nostre librerie tradotto dal tedesco, con grande incisività, da Margherita Belardetti. Ma la scena che potrebbe rappresentare un drammatico finale è seguita immediatamente dal racconto del giorno prima in cui compaiono tutti i personaggi che assisteranno al tentativo di suicidio della giovane donna. Nella cittadina svizzera in cui è ambientata la vicenda le cose sono solite procedere con ordine e regolarità anche quando navigano in un mare che assomiglia tristemente a un pantano. Felix, il poliziotto che poi sarà coinvolto nel salvataggio di Manu, affronta una giornata di ordinaria follia di provincia: deve intervenire in un appartamento dove un padre di famiglia si è asserragliato in camera e minaccia di uccidersi ma alla fine riuscirà solo a ferirsi a un orecchio. “Le mattinate di calma si prendono sempre la rivincita” sottolinea con cinismo il narratore esterno.


Maren, la sarta per signora paffuta e insoddisfatta che si vede ingrassare e sfiorire, nota una volta di più il costante disinteresse del marito nei suoi confronti, lui che invece ha scelto la strada inversa della cura del corpo. Egon consuma l'ennesimo spuntino nel bar in cui lavora Roswitha e dove lui trascorre buona parte delle sue giornate, infatuato com'è della donna, senza demordere dal fantasticare il momento in cui oserà chiederle un appuntamento. Finn asseconda le bravate ecologiche di Manu che ruba piante, fiori e alberi da frutto dai vasi urbani per trapiantarli, con tutte le accortezze del caso, nel bosco lì vicino. Lei lo chiama “il rifugio delle piante in vaso” e quando Finn le domanda il perché di quella pericolosa operazione che scatena l'ira della polizia la risposta è: “Immagina un po’ che ti rinchiudano in una cella di isolamento, senza contatti con il mondo esterno, senza la possibilità di comunicare con chicchessia. Che effetto ti farebbe?”. Ma poi il giorno seguente la giovane “Robin Wood, pioniera degli sradicati”, quella donna così originale, diversa, carismatica, ondeggia minacciosamente dal tetto di una casa, gridando e lanciando oggetti alla folla che si raduna sotto sempre più numerosa. Se voglia buttarsi o meno non è chiaro, è certo invece che è arrabbiata e infastidita dagli spettatori che la filmano coi cellulari, dai giornalisti curiosi e dai vigili del fuoco che cercano di farla ragionare. Manu e gli altri dieci personaggi animano un romanzo corale che racconta di tante solitudini, una storia sviluppata in maniera viva, brutale e poetica, a tratti con una straordinaria capacità di immedesimazione. Il gesto di Manu è un clic che accende in ognuno l'allarme sulla propria esistenza annacquata, è il segnale che costringe a bloccarsi e a riflettere mentre dall'alto di quel tetto si sprigiona, come una radiazione, il bisogno di essere salvati. L'autrice Simone Lappert, trentacinquenne, è nata ad Aarau, in Svizzera. È presidente del Festival internazionale di poesia di Basilea ed è stata curatrice del progetto di poesia Babelsprech International. “Il salto” è il suo primo romanzo pubblicato in Italia. —



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