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Il giovane triestino in missione nella terra del dittatore Kim: «C’è poco da scherzare, occhi aperti sulla Corea del Nord»

Esperto di diritto all’Unione Europea, Stefano Felician è uno dei massimi osservatori della Repubblica Popolare retta da una dittatura dinastica sulla quale ha scritto un libro

TRIESTE. Un giovane triestino esperto di Corea del Nord, il Paese più incredibile del mondo, da un silenzio glaciale assurto alla cronaca internazionale per i provocatori lanci di testate nucleari.

Stefano FelicianBeccari, 38 anni, dalla laurea in Giurisprudenza nell’università cittadina, al dottorato di ricerca finanziato dallo Stato Maggiore della Difesa, fino al grande balzo nella sede dell’Unione Europea.


Due anni di lavoro, per lo più strappati al sonno, tra gli impegni di Bruxelles come assistente parlamentare di una deputata di Varese, sono ora coronati dall’uscita del saggio “La Corea di Kim. Geopolitica e storia di una penisola contesa” (Salerno Editrice, pagg. 209, euro 18).



Cosa ha scatenato il suo interesse per l’Asia Pacifica?

«Un soggiorno di due settimane di missione - risponde Stefano Felician -, unico civile contornato di colonnelli e generali, in Corea e Giappone per l’Istituto di Alti studi di Difesa. Sono appassionato di materie politologiche e in particolare delle tematiche relative a missioni di pace e sicurezza. Esperti di Cina e India ce ne sono molti. Invece le due Coree sono terra incognita, assieme ai loro reciproci rapporti e a quelli con i potenti vicini, Cina e Giappone».

Questo ha a che vedere con il suo lavoro a Bruxelles?

«Sono un tecnico dalle giornate variopinte. Mi occupo di ideazione, redazione e negoziazione di emendamenti legislativi e non, insomma di creazione del Diritto. A seconda dei dossier intrattengo rapporti con i vari portatori di interesse. Fui inviato a Bruxelles per un anno di studio dal Centro studi militari e strategici incentrato sulla difesa europea su cui scrissi la relazione. Verrò richiamato nel 2013 da un deputato europeo che cercava un esperto del settore. Ed eccomi qui».

Come vive Bruxelles un triestino?

«È una carriera appagante e provenire da una città multiculturale costituisce un vantaggio anche psicologico. Bruxelles ha due facce. È molto dinamica, molto internazionale e galleggia nella bolla del suo status di sede del Parlamento Europeo. Fuori dalle stanze ovattate e dai quartieri bene, convivono le “no go areas”. Io abito in una zona limitrofa a quella congolese. Lì, virus o non virus, nulla è cambiato. Spaccio, prostituzione, totale spregio delle più elementari profilassi anticontagio. Due realtà antitetiche. Chi frequenta l’ambiente parlamentare deve stare attento a non cadere nella vita a una dimensione».

Dal suo osservatorio, pace e sicurezza sono messe a prova dalle esibizioni muscolari di Kim Jong-un?

«Attenzione, anche i baffetti di Hitler sembravano comici eppure ha scatenato la seconda guerra mondiale. Kim, non va ridotto a quella macchietta che lo sminuisce. Il suo taglio di capelli è una rivisitazione di quello del nonno combattente che diede l’indipendenza alla Corea, ammicca alle passate glorie, ne promette di future. Se in patria è preso molto sul serio è il caso che noi facciamo altrettanto. L’iconografia che divinizza la famiglia esalta la resistenza nazionale, il culto della storia coreana».

Di Kim in Kim dal 1945. Come funziona l’unico Paese comunista a carattere dinastico?

«Ha perfezionato la lezione staliniana dotandosi di un apparato repressivo sofisticato. Decennio dopo decennio, continua a dipendere dalle decisioni della dinastia al potere. Su 25 milioni di persone, due milioni sono militari, sei riservisti. In pratica un abitante su quattro è, o è stato militare. Vige un sistema di caste, codificata nel 1957 dal Comitato Centrale, secondo un criterio diviso in tre categorie: amici, neutri, nemici. Da questa catalogazione dipende non solo il tenore di vita, ma la vita stessa e quella della cerchia famigliare».

Che cosa ha da temere l’Occidente?

«Il profilo militarista di Kim è volto a far passare il messaggio “lasciateci in pace”. Non solo per la sua posizione, si tratta di uno dei luoghi in cui un conflitto può passare da freddo a caldo, magari anche con l’uso di armi nucleari. Toccare la Corea significa toccare i sistemi nervosi di Cina, Giappone, Russia, Stati Uniti, e include dinamiche economiche enormi. Un colpo a queste economie avrebbe un effetto domino nel mondo globalizzato e travolgerebbe anche il nostro».

Quanto a lungo può reggere un sistema totalitario così medievale?

«A tutti conviene lo “stato cuscinetto”, con buona pace dei diritti umani che la vedono in ultima posizione sui 167 Paesi esaminati . La Corea segue categorie temporali completamente sganciate dal percorso storico occidentale al quale si riallinea solo a inizio Novecento. La sua forza è la sua debolezza innestata in una zona strategica. Fu vassalla del Giappone, e ha il fiato sul collo della megapotenza cinese».

Come sono le relazioni tra Cina e Corea?

«Per la Cina è fondamentale non si scateni una crisi che farebbe premere milioni di profughi ai suoi confini. Sulla pentola della Corea non preme solo la mano di Kim, ma anche quella molto grossa della Cina che mitiga le sanzioni internazionali fornendo aiuti sotto forma di alimenti e energia. Purtroppo lo status quo è l’opzione più saggia».

E per quanto riguarda strettamente l’Italia?

«La Corea magari non sarà il suo primo punto in agenda, l’Italia ha priorità come la Libia, la Turchia, il Medioriente, la Russia. Ma un’Italia che ha potenzialità di export in tutto il mondo, ed è inserita in un sistema multilaterale di risoluzione del problemi, non può limitarsi a sogghignare del suo dittatore grassoccio che pretende l’eterno diritto alla riconoscenza del suo popolo». —


 

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