Carlo Verdone e Gorizia, un legame nato sulle orme del nonno soldato

Morì nel 1917 sul San Gabriele. Il regista col figlio al Premio Amidei nel 2016 ha ripercorso i luoghi della guerra: la Transalpina, le trincee, Redipuglia

GORIZIA. C’è un filo lungo più di un secolo, ma ancora solidissimo, che lega Carlo Verdone alla città di Gorizia. Il nonno Oreste Verdone, della 47° Brigata Ferrara, è morto appena ventiquattrenne combattendo sul Monte Gabriele, il 15 settembre 1917. Ed è proprio a Gorizia che il regista e attore si è messo sulle sue tracce, nel 2015, quando è arrivato in città per ricevere il Premio Amidei. Verdone lo racconta nel libro “La carezza della memoria” (Bompiani, pagg. 224, euro 17), un vero e proprio album dei ricordi che prende vita da alcune vecchie fotografie, cadute da una scatola durante una delle sere silenziose del lockdown del marzo 2020.

Verdone ne ha scelte sedici come altrettante tappe di un percorso della memoria: ogni immagine apre un gustoso racconto di un momento importante della sua vita, spesso divertente, a volte sinceramente toccante. E tra i ricordi più importanti c’è sicuramente quello di nonno Oreste che anche il padre di Carlo, il critico cinematografico e docente universitario Mario Verdone, quasi non ha conosciuto: nel 1919 aveva solo due anni. Ha cercato notizie di quel padre morto in guerra, e mai restituito alla famiglia, per tutta la vita. E a chiudere il cerchio è stato proprio Carlo Verdone venendo a Gorizia con il figlio Paolo per ritirare il Premio Amidei, e poi fermandosi a visitare i luoghi attraverso i quali era passato il nonno in quegli anni drammatici: la stazione della Transalpina e le trincee sul Monte San Gabriele, con un passaggio al Sacrario di Redipuglia. A concretizzare per sempre il rapporto della famiglia Verdone con Gorizia resta, sul cassettone della camera da letto di Carlo, una medaglia offerta in ricordo dalla città nel centenario della Grande Guerra.


Fra le altre foto-ricordo ci sono tanti squarci intensi della vita del regista, come l’amore giovanile e impossibile per una prostituta, il ritratto di una Roma perduta di bische, la sua passione per la musica, dalle emozioni di un concerto degli Who quando aveva 17 anni a un altro all’Arena di Verona, quattro decadi dopo.

Verdone racconta sulla pagina come fa sullo schermo: con uno straordinario gusto del dettaglio e dei caratteri, guardando la vita con ironia e profondità. Trovando insomma, nelle piccole cose, il sapore degli assoluti: il grande amore condensato in un pacco di lettere, il senso di una morte solitaria in un libro dei visitatori lasciato quasi vuoto a un funerale. E in un capitolo condensa anche un momento d’oro per la nuova comicità italiana, quello della fine degli anni Settanta, quando fu chiamato alla Rai di Torino nel cast di “Non stop”, la geniale trasmissione di Enzo Trapani che mescolava cabaret e sketch da teatro all’avanguardia. Lì militavano anche i Gatti di Vicolo Miracoli, Zuzzurro e Gaspare, i Giancattivi, ovvero il trio formato da Francesco Nuti, Alessandro Benvenuti e Athina Cenci. Quella, per Verdone, fu la svolta verso la grande popolarità con alcuni dei personaggi che poi ritroverà o rimaneggerà in tanti suoi film del cinema. Il regista ha scritto le ultime pagine del libro la notte di Natale del 2020, ancora immerso nella Roma immobile del coprifuoco, con addosso la stessa sensazione di svuotamento che nei mesi scorsi ha abitato tutti noi. Forse anche per questo, oltre che per la sua empatica capacità di confidare paure, sogni e fragilità, il libro di Verdone suona tanto intimo, e quella sua “carezza della memoria” finisce per confortare anche i lettori. —

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