Ottant’anni fa l’invasione della Jugoslavia divisa tra le forze dell’Asse

Il 6 aprile 1941 gli eserciti di Italia, Germania e Ungheria attaccavano simultaneamente il Paese. Parte della Slovenia fu annessa al Regno e fu l’inizio di una repressione violentissima 

TRIESTE. È il 6 aprile 1941: con le bombe sganciate dalla Luftwaffe su Belgrado inizia l’attacco delle forze dell’Asse alla Jugoslavia.

Zagabria e Belgrado sono occupate dalle forze di terra rispettivamente il 10 e il 12 aprile.

“Lo sgangherato anticontinentale stato jugoslavo, un’artificiosa creazione di Versailles, è crollato”, proclamava nell’aprile del 1941 la Deutsche diplomatisch-politische Korrespondenz. Il patto d’amicizia italo-jugoslava, sottoscritto nel 1937, confermava la sua falsità e come Hitler si proponesse di sottrarre terre all’alleato italiano. Così lo stato maggiore e la diplomazia italiana pianificavano, alle spalle dell’amica Jugoslavia, la sua spartizione.


Il governo di Stojadinović era il più tipico rappresentante del nuovo orientamento dei ceti dirigenti jugoslavi. La fascistizzazione della Jugoslavia nella politica interna doveva portare analoghe posizioni nella politica estera. La quinta colonna nazista trovava le porte spalancate nella sua infiltrazione nei gangli vitali del paese nel suo stesso esercito.

“Il Führer ha deciso – risulta dal verbale della riunione dello Stato maggiore generale del 27 marzo – che senza attendere eventuali dichiarazioni di lealtà dal nuovo governo (quello del generale Simonić) siano rapidamente avviati tutti i preparativi per abbattere militarmente la Jugoslavia e distruggerla come unità nazionale…. Dal punto di vista politico è soprattutto necessario che l’attacco contro la Jugoslavia sia portato a termine con implacabile violenza e sia eseguito in modo fulmineo…”.

Così, all’alba del 6 aprile 1941, senza dichiarazione di guerra, 56 divisioni composte da truppe tedesche, italiane, ungheresi e bulgare, attaccarono da tutte le parti la Jugoslavia, mentre l’aviazione nazista bombardava Belgrado, causando la morte di diecimila civili.

Era l’Operazione 25, rapidamente preordinata dall’Alto Comando hitleriano. L’oligarchia serba e i partiti su cui si appoggiava crollarono. L’esercito si sfasciò, capitolando il 17 aprile. Il giovane re Pietro II, la sua corte ed il suo governo ripararono in Gran Bretagna, mentre il Paese veniva smembrato sulla base degli appetiti e del peso specifico delle potenze occupanti.

La Slovenia fu divisa in tre parti: la più piccola, lungo il fiume Mura, fu data all’Ungheria, la Germania occupò la Stiria meridionale e la Carniola superiore, cioè tre quarti del territorio, quello economicamente più sviluppato; l’Italia ottenne invece la città di Lubiana, la Carniola interna e quella inferiore.

Per quanto riguarda la sua parte, Hitler emanò la direttiva di germanizzarla quanto prima e l’ordine fu applicato col massimo zelo dai suoi luogotenenti locali che proibirono l’uso dello sloveno, chiusero le scuole e le istituzioni culturali e pianificarono la deportazione di 260.000 persone nel Reich, in Croazia e in Serbia. Anche se il piano riuscì solo in parte (i deportati furono circa 60.000), il regime di persecuzione applicato dai tedeschi, secondo il Foreign Office, era peggiore di quello in vigore in Polonia. L’Italia scelse una linea più morbida, anche se non mancarono voci, soprattutto a Trieste, che reclamavano l’unione dei nuovi territori alla Venezia Giulia e una politica snazionalizzatrice simile a quella attuata da vent’anni in questa regione. Ma a Roma prevalse l’opportunità di creare una provincia, annessa al Regno, in cui agli sloveni fosse concessa una pur limitata autonomia culturale.

Questo territorio, vasto 4.550,66 km con 339.751 abitanti, ai quali si unirono 17.000 profughi della zona occupata dai tedeschi, fu denominata provincia di Lubiana. Violando il diritto internazionale, che vietava l’annessione di territori conquistati durante le operazioni belliche, essa fu incorporata il 23 maggio 1941 al Regno d’Italia con un decreto regio cui avrebbe fatto seguito una legge. La linea di frontiera stabilita a Rapallo cessò in tal modo di esistere de iure, ma fu mantenuta de facto come confine di polizia e doganale. Per 29 mesi vennero così a trovarsi nello stato italiano circa 750.000 sloveni, ossia quasi la metà dell’intera nazione.

La provincia di Lubiana era amministrata dall’alto commissario Emilio Grazioli, sino ad allora federale del partito fascista a Trieste. Furono annesse all’Italia anche la parte centrale della Dalmazia e gran parte delle isole adriatiche, oltre alla regione delle Bocche di Cattaro e a una parte del Litorale montenegrino, attuando così, sia pure in modo effimero e precario, l’antica aspirazione delle correnti nazionalistiche italiane di stabilirsi sulla sponda orientale e di fare dell’Adriatico un mare chiuso, dominato dall’Italia. Anche se nei rapporti con la popolazione inizialmente l’occupazione italiana fu più mite di quella nazista, gli sloveni della provincia di Lubiana accolsero comunque l’Italia con ostilità, memori del trattamento imposto dai connazionali nella Venezia Giulia.

Per organizzare la resistenza contro il fascismo, il partito comunista, insieme ad altre forze politiche, tra le quali emergevano numericamente i cristiano-sociali e i liberali, fondò il 26 aprile 1941 il Fronte di Liberazione, la cui sigla OF apparve un po’ dappertutto sui muri di Lubiana. Nell’estate del ’41, dopo l’attacco di Hitler all’Unione Sovietica, si costituirono le prime unità armate che si aggregarono alle forze della resistenza jugoslave, organizzate da Tito, pur conservando la loro autonomia. La repressione delle forze armate italiane fu durissima: circa ventimila sloveni furono deportati nei campi di concentramento come Arbe (1500 morti), Gonars (450 vittime), Monigo (a Treviso, circa 200 morti) mentre solo nel 1942 le operazioni del regio esercito fecereo regsitrare oltre mille sloveni uccisi in battaglia, 1236 fucilati sul posto, 145 ostaggi massacrati senza processo, decine e decine di villaggi bruciati e saccheggiati dai militari italiani.

Mentre la Slovenia fu trattata come preda di guerra, la Croazia ebbe una sorte completamente diversa. Essa ottenne, infatti, almeno sulla carta, quella sovranità per la quale i suoi esponenti politici avevano lottato negli ultimi vent’anni. Il 10 aprile 1941 un esponente degli ustascia, Slavko Kvaternik, proclamò Zagabria, occupata dalle truppe germaniche, lo stato indipendente croato, in un momento in cui Ante Pavelić era ancora in Italia. Ciò lasciava intendere, come ha scritto Pirjevec, che la nuova entità statale sarebbe stata manovrata da Hitler e Mussolini in competizione tra di loro per assicurarsene il completo dominio.

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