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Nel gioco dell’Abbecedario con i nipoti Gillo Dorfles disegnava l’avanguardia

Bompiani pubblica in volume le lettere e i numeri che l’artista creava assieme a Piero e Giorgetta allora bambini 

TRIESTE Un artista rimane sempre un po’ bambino e i bambini, in fondo, li capisce. E fu così che il grande Gillo Dorfles, punta di diamante del pensiero estetico del Novecento, pittore e vanto per Trieste, che gli dette i natali nel 1910, istintivamente, costruì, attraverso il linguaggio dell’arte, un ponte fra la propria creatività e il desiderio di comunicare con i nipoti Piero e Giorgetta, che negli anni Cinquanta erano bambini.

Da qui nasce l’”Abbecedario”, un libro divertente e colorato nella forma e prezioso nella sostanza, che esce in questi giorni da Bompiani (pagg. 48, euro 20,00) con trentotto disegni inediti, realizzati per e con i nipoti sulla carta velina che un tempo si usava per fare le copie con la carta carbone. Un originale regesto di raffinata, ludica creatività, che fa il paio con la serie degli animali fantastici e dei personaggi surreali presentati lo scorso anno alla Biblioteca Statale S. Crise di Trieste nella mostra “Il segno rivelatore di Gillo”. Una sorta di paideia domestica che, attraverso il gioco, invitava alla confidenza e alla condivisione. «Gillo non aveva figli e non sapeva bene come rapportarsi a dei bambini – spiega Giorgetta, scrittrice e fotografa d’arte -: quando veniva a Trieste a trovare i genitori ci vedeva un po’ come degli esser anomali, lui che era abituato a frequentare artisti e intellettuali di alto livello. Però c’erano dei fattori che ci accomunavano, la fantasia e la propensione ludica». «Così - continua Giorgetta Dorfles -, per vincere l’imbarazzo derivato anche da un abituale riserbo nell’esprimere i sentimenti, che forse gli ispiravano quelle strane bestioline, per mettersi in contatto con noi aveva trovato l’arma del gioco».


Da queste veline scaturiscono sorprendenti, originali simbologie, frutto dell’inesauribile fantasia dell’autore. Lettere e numeri figurati, realizzati molte volte a sei mani: «Dopo aver tracciato il contorno a penna del soggetto – ricordano Piero e Giorgetta, che firmano la prefazione -, spesso Gillo ci invitava a completare i suoi disegni con i colori a pastello, e a inventarne i nomi». Secondo un modernissimo concetto d’avanguardia di opera condivisa e creata assieme al fruitore.

Ma c’era ancora un aspetto che attraeva i bambini, quando lo zio ritornava a Trieste: «Una delle più affascinanti novità che Gillo aveva portato dai suoi viaggi negli Stati Uniti – rammenta Piero, oggi giornalista e critico letterario - erano i pennarelli, che noi non conoscevamo. In parte, i disegni che faceva, come l’Abbecedario, erano realizzati con quei meravigliosi strumenti che oggi sono tanto comuni e allora avevano un’aura magica. Non so se nel veder comparire quelle lettere eravamo più stupiti per l’aspetto fantastico delle immagini o per la tecnica che stava sostituendo le vecchie matite a pastello». Il ventaglio di soluzioni formali e cromatiche è variegato nell’insolito album. A un segno elegante, flessuoso e talvolta sottilmente sensuale, cioè a quella linea curva così presente nei suoi dipinti, nelle ceramiche e nel design, lo zio artista coniugava la consueta cifra coloristica accesa, caratterizzata da accostamenti originali e perciò interessanti. Un connubio da cui scaturivano una sobria ma nel contempo incisiva ironia e una sorprendente assenza di ovvietà tra simbolo e significato.

Prendiamo per esempio la lettera “r”. Nel raffigurarla in modo essenziale Dorfles sceglie la figura di Rodomonte, guerriero saraceno spavaldo e temerario, incline al sopruso, che compare sia nell’”Orlando innamorato” del Boiardo che nell’”Orlando furioso” dell’Ariosto. Per la “b” opta invece per il Babau, popolare mostro evocato per intimorire i bambini, e lo disegna con una fantastica linea curva non troppo spaventosa. Ma c’è anche una seconda ipotesi: la “b” è impersonata pure da un buongustaio tutto rosso con un gran pancione con tanto di ombelico! La “a” è invece una bocca di fuoco che mostra la lingua e fa “Aaa”, mentre dietro l’angolo c’è una sorpresa coltissima, il Walhalla, la dimora celeste di wagneriana memoria, a interpretare la lettera “w”, rappresentata anche in modo più abbordabile dal nome “Wally” espresso da un raffinato design. Un “ometto proboscidone” e un elegante cigno simbolizzano rispettivamente il numero uno e due, un vigile che dirige il traffico è il numero quattro, il cinque è un fascinoso generale, il dieci è una coppia di sposi, lei magrissima a simbolizzare il numero uno, lui bello rotondo, ed ecco lo zero!

Un universo molto diverso, quello di Dorfles, da tutti gli autori di Abbecedari del mondo, compreso il celebre Erté, al secolo Romain de Tirtoff, pittore, scenografo e costumista russo, che sul tema aveva ideato in stile art déco un’estetizzante sfilata d’immagini, raffinata però non potenzialmente didattica. Tra Erté, classe 1892, e Dorfles c’erano solo 18 anni di differenza, ma a fare la differenza contava il passaggio da un secolo all’altro con lo spartiacque del primo conflitto mondiale. E se Coco Chanel, imponendo acconciature e capelli corti, aveva “liberato” le donne dalle crisalidi ottocentesche, anche per l’infanzia il Novecento suggeriva nuovi orizzonti. Tant’è che Bruno Munari, grande artista, designer e comunicatore, con il motto “giocare con l’arte” aveva ideato una metodologia che stimolava lo sviluppo del bambino. E non a caso proprio con lui, oltre che con Attanasio Soldati, Ettore Sottsass e altri, Dorfles aveva fondato il Mac, movimento artistico d’avanguardia, sempre in prima linea e oltre, nell’intuire e sperimentare il nuovo e l’incognito. —


 

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