Il ’68 di Virgilio Forchiassin ragazzo del Nordio finito al MoMa di New York: il ricordo dell'artista da poco scomparso

Virgilio Forchiassin alle prese con una “lacerazione”

A soli 23 anni ideò per la Snaidero la cucina a isola “Spazio Vivo”

«Solo se riesce a dar all’aspetto esteriore un contenuto espressivo, il risultato potrà dirsi valido». Virgilio Forchiassin, nato a Trieste nel 1945 e scomparso l’8 marzo scorso a Udine, ama lo “Spazio Vivo”. Che è anche il titolo dell’opera più importante, una cucina realizzata a soli 23 anni nell’anno della contestazione giovanile, il 1968, per la Snaidero di Majano e finita nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York (MoMa). Una carriera incredibile per il ragazzo del Nordio di Trieste diplomato a pieni voti e assurto in poco tempo al gotha del design mondiale.

Forchiassin vive con la famiglia a Moruzzo, piccolo comune del Friuli collinare, dove negli ultimi anni coltiva le sue “alchimie” e “lacerazioni” pittoriche, ma si forma interamente a Trieste. Frequenta e poi insegna all'Istituto statale d'arte “E. Nordio". Nel 1964 consegue il diploma di maestro d'arte, sezione arte dei metalli. È tra gli allievi premiati quell’anno con mezzo milione di lire dall’Associazione industriali di Trieste. Due anni dopo, nel 1966, ottiene la licenza dal corso biennale superiore di “magistero”. Nel 1964, mentre è ancora studente, ottiene un riconoscimento internazionale per il progetto di un servizio di posate. Il progetto viene presentato al concorso “cucchiaio d'oro” indetto a Colonia dall'International BestecK Ausstellun. Lo studente del Nordio è l'unico designer italiano che si afferma in una rosa di 42 professionisti. Il servizio di posate viene poi esposto in Gran Bretagna, alla Mostra internazionale di posateria di Sheffield. Una presenza che merita una citazione sulla prestigiosa rivista “Domus” numero 422 del gennaio 1965. In quell'occasione il Nordio di Trieste si qualifica come scuola particolarmente capace nella formazione professionale degli allievi in diretta competizione con il “Royal College of Art” di Londra.


Con un altro servizio di posate l’allievo Forchiassin si segnala anche nella successiva edizione del concorso che si svolge a Wuppertal nel 1966. Il servizio, intitolato “modello 65”, viene esposto a Colonia, Monaco e Utrecht. Il nome del ventenne Forchiassin compare in un elenco di 74 progettisti assieme a nomi come Tapio Wirkkala, Ilmari Tapiovaara, Arne Jacobsen e Friedrich Swodoba. Nel 1967 partecipa al concorso di Sheffield con un terzo modello di posate che viene esposto a Londra, al Selfridges di Oxford Street. Nel 1968 invia il disegno di una lampada al “The Yamagiwa International” di Tokyo.

Dall'agosto del 1967 al luglio 1969 Forchiassin diventa responsabile dell'ufficio tecnico e di progettazione della Snaidero di Majano (Udine) che sforna cucine componibili. E in quei due anni di lavoro nell’industria friulana del mobile, crea il suo capolavoro: la cucina “Spazio Vivo”. Dalle posate degli anni del Nordio passa direttamente alla cucina. Il modello “Spazio Vivo”, proposto a pianta centrale, è rivoluzionario. Come lo è il ’68. La sua intuizione, quella di rompere le pareti, anticipa di trent’anni il mercato. «Una cucina dalle profonde implicazioni, in grado di rivoluzionare il modo di vivere lo spazio e le relazioni familiari, grazie alle sue soluzioni innovative» viene definita dalla critica. Il progetto del giovane architetto triestino si inserisce sulla scia della “Minikitchen” progettata per Boffi nel 1963 da Joe Colombo e presentata alla XIII Triennale.

É la prima cucina a isola centrale (“central block”) della storia. La cucina “Spazio Vivo” viene presentata prima a Milano, all’ottavo Salone del Mobile nel settembre 1968 e poi, nel gennaio 1969 al Salone Internazionale del Mobile di Parigi. Poi si impone al Matsuya di Tokyo. Dal 1972 è in mostra permanente al MoMa dopo essere stata protagonista della grande mostra newyorchese del 1972 “Italy: The New Domestic Landscape” curata dall’archistar argentino Emilio Ambasz. Quarant’anni dopo viene riproposta dal MoMA nell’ambito della mostra "Counter Space: Design and the Modern Kitchen" aperta dal 15 settembre 2010 al 2 maggio 2011. E nel 2015, “Spazio Vivo” è l’unica cucina presente alla rassegna della Triennale “Arts&Foods dal 1851”, curata da Germano Celant per l’Expo di Milano.

Un modellino in miniatura di “Spazio Vivo” si trova all’ingresso della Snaidero di Majano, l’azienda che nel 1967 affida con coraggio la guida dell’ufficio progettazione a un architetto triestino di 22 anni. Il progetto “Spazio vivo” nasce dall’incontro tra la spinta innovativa di Rino Snaidero e la visione “distopica” del ragazzo del Nordio.

Il lavoro di Forchiassin non resta confinato in cucina. Nel maggio del 1971 vince il concorso per l'esecuzione di opere d’arte per la nuova sede dell'Istituto Tomadini di Udine presentando il progetto di una fontana realizzabile in due versioni. Per quasi due anni, dall'aprile del 1972 all'inizio del 1974, lavora come consulente esterno della ditta Patriarca di Reana del Roiale (Udine), altra industria friulana delle cucine componibili. Nel 1972 lancia un prototipo di divano imbottito, modello Duplo 970, bellissimo, di cui resta solo una foto con un modella con un cappello a fiori. Torna a occuparsi di cucine tra il 2000 e il 2005, ma ormai è un mondo che non gli appartiene più.

L’altra parte della sua vita è fatta dall’insegnamento. Il professor Virgilio Forchiassin. Dal 1974 al 1976 insegna disegno geometrico e architettura al Nordio di Trieste, la scuola dove si è formato. Tra i colleghi ci sono Romano Ferrari, Giuseppe Negrisin, Maria Campitelli, Lucio Arneri e Alessandro Psacaropulo. «Entrava in aula vestito di blu e ne usciva bianco di gesso» ricordano gli allievi. Nel 1975 lascia Trieste e insegna per trent’anni “arredamento e design” e “geometria descrittiva” all'Istituto statale d'arte “G. Sello” di Udine.

La sua anima artistica non è mai spenta. Dal 2008 Forchiassin si dedica completamente allo studio di un nuovo linguaggio pittorico che non utilizza le tecniche tradizionali, ma usa il calore come pennello e il colore come materia per produrre "alchimie” e “lacerazioni". «Quello che mi entusiasma è prendere in considerazione ed analizzare interiormente, nelle varie opere, gli elementi naturali: l'aria, l'acqua, il fuoco, la terra ed il cielo» teorizza.

Alla fine, nonostante nel 2011 si rechi al MoMa per rivedere la sua cucina “Spazio vivo”, pare abiurare il design a favore dell’arte: «A mio avviso il progetto di design è insignificante poiché mira soltanto al risultato meramente estetico, non duraturo». —

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