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Così la Commedia che diventò Divina continua a parlarci

Le commemorazioni e le celebrazioni sono l’occasione per fare il punto sugli studi intorno al capolavoro. E gli antichi manoscritti “locali” serbano nuove scoperte  

TRIESTE Dopo il successo della prima iniziativa, celebrata lo scorso anno appena dopo lo scoppio della pandemia, il Dantedì arriva alla sua seconda edizione. Il 2021 è un anno evocativo: celebriamo il settimo centenario della morte di Dante, e questo accade nel pieno di un’epoca pop e più trasgressiva. Anche se il momento attuale resta avaro di contatti umani, la tecnologia rende disponibili molti eventi sulla rete: ci sarà davvero, per tutto l’anno, l’imbarazzo della scelta, con una concentrazione particolare in questa fine del mese di marzo.



Oggi, per esempio, l’Istituto Italiano di Cultura di San Pietroburgo presenta uno spettacolo intitolato “La commedia al tempo del rap”, nel quale il rapper napoletano Clementino interpreterà secondo il suo stile alcuni versi della Commedia e della Vita nova, un’opera giovanile in cui Dante raccolse, tra le sue prime rime, quelle che più si confacevano alla lode di Beatrice. Sul portale della Treccani si può leggere “Canzoni dall’Inferno” dello studioso Federico Della Corte, che indaga il debito della musica leggera italiana verso Dante. Ma ci saranno anche celebrazioni più ufficiali, coordinate da un Comitato diretto da Maria Ida Gaeta: lecturae Dantis come quella di Roberto Benigni al Quirinale, convegni di studio dedicati all’opera di Dante, festival e mostre d’arte, fino ai restauri di monumenti danteschi del Sette-Ottocento come il Cenotafio a Santa Croce, a Firenze; la statua del poeta a Verona, nella piazza omonima; la tomba di Dante a Ravenna. Rai5 ha trasmesso fino a oggi la lettura di tutti i canti della Commedia, interpretati da Lucilla Giagnoni.

Ma tantissime sono le iniziative che già da diverse settimane animano il panorama scientifico e divulgativo, come i 5 minuti con Dante dell’Università di Bergamo; nemmeno il sito ufficiale www.beniculturali.it/dantedi riesce a riepilogare tutto ciò che si può trovare in rete o vivere in concreto sul territorio, in particolare se contiamo l’attività delle scuole, mobilitate quasi senza eccezione su un progetto dantesco. E anche tanti teatri hanno colto l’occasione per far sentire la loro presenza anche in mesi così difficili per lo spettacolo, collaborando a iniziative o facendosene promotori (si è parlato, su queste pagine, del video prodotto dal Teatro Stabile del Fvg – il Rossetti, insomma – che viene trasmesso oggi).

Il Dantedì è dunque un momento utile per un bilancio, su queste iniziative e sulla figura di Dante. A mio avviso, l’istituzione di una giornata dedicata al nostro maggiore poeta offre la possibilità di riflettere, ogni anno, su un tema comune a tutti. Viviamo in una società ricca di offerte, in cui talora non è semplice capire il valore della letteratura e dei singoli autori: con il Dantedì abbiamo almeno un testo in comune, una figura su cui riflettere tutti insieme, con serietà e con fantasia, con scrupolo o con leggerezza. Ogni contributo ha uno scopo utile, perché può raggiungere pubblici differenti, strappare una risata o garantire una soddisfazione intellettuale.

Tutto questo fa di Dante un classico: un autore che, per quanto lontano nel passato, continua a essere letto e a fornire parole e frasi che per noi hanno significato. Anzi, molti dei suoi versi sono diventati proverbiali (e anche in questi casi possiamo evocarli in maniera scherzosa, per commentare le nostre vicende quotidiane).

Ecco perché Dante va letto, e riletto, magari con un commento che faciliti la comprensione dei punti più complessi della sua dottrina: per esempio, l’editore Einaudi ha pubblicato una bella edizione dell’Inferno e del Purgatorio, che presenta un lavoro di spiegazione iniziato da Saverio Bellomo e ora proseguito da Stefano Carrai. Attendiamo il Paradiso. Per parte mia, collaboro a un progetto ormai ventennale, coordinato dal professor Paolo Trovato dell’Università di Ferrara, che ha recuperato da antichi manoscritti copiati nelle regioni del Nord Italia alcune tracce della Commedia che si doveva leggere al tempo in cui Dante era vivo e si trovava in esilio.

Purtroppo del poeta non è rimasto neanche un rigo scritto dalla sua mano, e così dobbiamo fidarci degli scrivani che copiarono il suo testo. Fino a oggi ci siamo fidati dei fiorentini, per affinità di lingua: ma sappiamo che il fiorentino in cui tutti abbiamo letto la Commedia è una lingua un po’ modernizzata (scritta negli anni Trenta del Trecento, mentre Dante lo aveva appreso, da bambino, una sessantina di anni prima). Per noi è certamente faticoso, dopo tanti anni, cogliere queste differenze: ma dai manoscritti settentrionali antichi, derivati da quelli che costituirono le prime copie circolanti della Commedia, affiorano parole fiorentine che certamente Dante usò.

In questo 2021 sarà pubblicato l’Inferno, con il commento di Luisa Ferretti Cuomo e per l’editore Libreria Universitaria. Non sarà un testo rivoluzionato, ma porterà qualche cambiamento alle nostre abitudini: e ci farà sentire un Dante ancora vivo, nuovo, con una voce più “sua”.

Questi manoscritti antichi, alcuni in lingua emiliana, o veneta, ecc., sono interessanti anche per un altro motivo: suggeriscono che ai loro ricchi committenti non suonasse strano leggere un Dante che, per gli errori di copia che commettevano gli scrivani, diventasse un po’ “locale”. Così la diritta via diventava “dirita”, o era “smarita”: sono gli errori che si rimproverano oggi ai bambini della scuola primaria... ma allora la grammatica non esisteva. E la ricezione del grande poeta era, davvero, un fatto molto personale.

Avrete infine notato che non ho mai usato l’aggettivo divina davanti a Commedia: l’ho fatto perché non fu scelto da Dante, ma da un filologo del Cinquecento, Lodovico Dolce, per chiarirne il contenuto (‘relativa al mondo creato da Dio’, o qualcosa del genere: non era un giudizio letterario!). Oggi, quindi, si preferisce usare il titolo semplice di Commedia che pare avvicinarsi di più alla volontà dell’autore. —

*Dantista, docente di Linguistica italiana e Filologia della letteratura italiana all’Università di Trieste.
 

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