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L’hanno chiamato il vero Billy Elliot: ora il suo palcoscenico è a Trieste

L’amore per la danza a sette anni. A diciannove un bullo gli rompe il collo ma il ballerino inglese si è ripreso e lavora a uno spettacolo da portare nelle strade

TRIESTE Trieste è ora il suo palcoscenico. Il ballerino inglese Jack Widdowson, ha scelto il capoluogo giuliano come base operativa. Ventotto anni, originario di Bath, con un curriculum che lo ha visto conquistare palcoscenici molto prestigiosi in Europa, Jack è un ragazzo colto e brillante, dotato di una grande umiltà.

Molti italiani sognano di trasferirsi in Inghilterra, come mai lei, inglese, ha scelto Trieste?


Sono rimasto folgorato dalla città dalla prima volta che l’ho vista. Quando mi sono reso conto che per lavoro passavo molto più tempo in Europa che in Inghilterra, ho pensato che Trieste fosse la scelta perfetta. Perché Trieste mi permette di stare vicino alla persona che amo ma allo stesso tempo mi fa sentire a casa più di qualsiasi altra città in cui abbia vissuto finora. Non parlo solo della bellezza architettonica, ma anche del calore delle persone che ho incontrato.

Una scelta provvidenziale, visto che la Brexit crea molti problemi proprio ai lavoratori dello spettacolo. Lo aveva previsto?

Tanto si era parlato di Brexit, e ora che è arrivata sembra quasi incredibile. Ed è molto diversa da quello che molti si aspettavano. Io stesso, nonostante il mio trasferimento risalga a prima del 31 dicembre scorso, ho perso un lavoro in Svizzera perché non avevo tutti i documenti richiesti agli inglesi per lavorare fuori dal paese. Attendo il mio permesso di circolazione da cittadino europeo residente in Italia.

Quando ha iniziato a ballare?

Avevo sette anni. Io e mio fratello facevamo ginnastica mentre mia sorella prendeva lezioni di danza. Ho voluto provare e ho scelto di continuare. Ma quando avevo 10-11 anni ho smesso. La trovavo noiosa. Un anno dopo ho ripreso. Con mio fratello ero entrato nella squadra di Rugby, e ho capito che nessuno a scuola avrebbe potuto bullizzarmi se prendevo lezioni di danza.

Gli inglesi iniziano sempre da giovanissimi la loro formazione e ci sono migliaia di ballerini: ancora oggi subiscono maltrattamenti dai compagni di classe?

Credo che i ballerini maschi debbano molto al film Billy Elliot e al balletto Swan Lake di Matthew Bourne. Entrambi hanno infatti portato al pubblico un immagine totalmente inedita: sul palco ci sono uomini, non solo ballerini. Però nelle scuole normali i ragazzini vengono ancora presi di mira.

È stato definito “il vero Billy Elliot” dalla stampa inglese quando aveva 19 anni, in seguito a un incidente con un malintenzionato che le ha provocato la frattura dell’osso del collo. Come ne è uscito?

Ho ricevuto tanta attenzione, molte persone mi hanno scritto lettere piene d’affetto, ma io ho sempre desiderato meritarmi l’attenzione delle persone col mio lavoro. Mio padre è medico, e dopo l’incidente ha studiato con i suoi colleghi un modo per aiutarmi tramite una riabilitazione pensata per un fisico molto allenato. E il risultato è stato sorprendente. Questo ci ha permesso di aprire una fondazione che si occupa dei ballerini infortunati. Si chiama “The dance again Foundation” e aiuta molte persone cercando di farli tornare a ballare con cure mirate.

Coreografo e ballerino, si è mai ispirato a qualche libro per qualche suo lavoro?

Talvolta lo faccio anche senza rendermene conto. Ora ad esempio sto leggendo un libro della coreografa americana Twyla Tharp “The creative habit” ma per un’idea che ho in mente sto leggendo anche l’Autobiografia di Charlie Chaplin. Ultimamente ho letto “Il maestro e Margherita” di Bulgakov e lo ho trovato sarcastico, satirico e pieno di senso dell’umorismo.

Ci sono coreografi che amano raccontare storie e altri che preferiscono numeri più tecnici. Lei che tipo di lavori predilige?

Ho studiato balletto classico ma anche danza contemporanea e altre tecniche, quindi quando creo uso tutto quello che conosco per raccontare una storia o esplorare un concetto. In questo momento con la mia partner Kim Tassia Kreipe, per la nostra compagnia Collective Inside Out, stiamo lavorando a un progetto da portare nelle strade e a qualche festival. Partiamo da un’idea, quella di due sconosciuti che si incontrano per caso alla fermata dell’autobus. I due non possono sfiorarsi le mani e devono trovare modi alternativi per comunicare tra loro, fino ad arrivare a ballare uno swing irresistibile, sempre mantenendo la distanza.

Cosa cambia nel pianificare un lavoro di questo tipo all’aperto, rispetto a uno spazio chiuso?

Sulla strada si deve attirare lo sguardo dei passanti, non si ha l’ausilio di luci o di scenografie. Si deve trovare una musica che colpisca e una coreografia sbalorditiva.

Pensate di esibirvi anche a Trieste?

Stiamo provando proprio qui, girando alcuni pezzi per poter presentare il lavoro ai festival e stiamo scoprendo dei luoghi bellissimi, come il giardino di Villa Engelmann o il Giardino Pubblico.

Qual’è il traguardo più importante per un ballerino?

La danza dice molto di più di quello che riescono a dire le parole. Racchiude in sé un’infinità di sensazioni complesse che vengono percepite dal pubblico mentre guarda la performance. Lo spettatore non deve necessariamente capire tutti i movimenti ma deve lasciarsi travolgere dall’emozione che sente dentro. Questa è la magia della danza. Solo allora un ballerino potrà affermare di avere fatto correttamente il suo lavoro. —

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