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Licia, l'influencer triestina over 90 che ha conquistato i social

Sul Piccololibri di sabato 20 marzo la storia di “Buongiorno nonna”, star triestina dei social l’anniversario dello sceneggiatore Sergio Amidei e i complessi edipici di Nathan

TRIESTE Novantun anni e centocinquantamila follower tra Instagram e Tik Tok. Licia Fertz è la modella matura più famosa d’Italia. La sua pimpante quarta età nature è finita addirittura sulla copertina di Rolling Stone. Ai servizi sui magazine femminili e ai passaggi sulle reti televisive Rai e Mediaset è ormai abituata, orgogliosissima alfiera di un messaggio di body positivity a qualsiasi età. Ma quando è arrivata la telefonata del Piccolo, “Buongiorno nonna”, come si chiama la sua pagina Instagram, si è commossa.

Perchè Licia Fertz, che da decenni vive a Viterbo, è una mula triestina, nata nel 1930 vicino all’Ospedale militare, al civico 733 di quella che all’epoca era via Scorcola-Coroneo. Infermiera di professione, diplomata a Gorizia e con un impiego iniziale nel reparto ostetricia del Burlo, nonni di Isola d’Istria, la signora Licia si trasferì in Lazio nel 1955, dopo il matrimonio con Aldo Spiller, geometra nativo di Gradisca, che aveva vinto un concorso all’Ente Maremma. Sarà un matrimonio d’amore lunghissimo e solido, segnato, negli ultimi anni, dalla malattia di Aldo, che viene a mancare nel 2017.


E il salto di nonna Licia nei social? Se lo inventa il nipote Emanuele Usai, che comincia a fotografare Licia per scuoterla dall’apatia del dolore. Gli abiti coloratissimi, gli accessori importanti, la naturalezza con cui posa davanti all’obiettivo, veicolano un messaggio di ottimismo ed empatia. I suoi post, dei veri e propri mini-racconti sui ricordi triestini o la vita di ogni giorno, raccolgono molti commenti e la Rete si accorge di lei, regalandole una quarta età con un mestiere nuovo di zecca: l’influencer.



A Licia Fertz è dedicato uno dei ritratti del Piccololibri, l’inserto di sette pagine su storie e personaggi di Trieste e del territorio, in uscita domani con il quotidiano all’interno di Tuttolibri della Stampa.

Il paginone centrale celebra un anniversario e un momento magico del cinema italiano, quello del Neorealismo, che lega il suo nome a un grande sceneggiatore triestino, Sergio Amidei, di cui il 14 aprile ricorrono i quarant’anni della morte. Amidei, quattro volte candidato all’Oscar, è al centro della nascita di due film che fanno parte dell’immaginario nazionale, “Roma città aperta” del 1945 e “Paisà”, del 1946, entrambi diretti da Roberto Rossellini. Aveva trascorso infanzia e giovinezza nella grande villa della famiglia materna a Salcano, vicino a Gorizia, in un ambiente dove si intrecciavano italiano, sloveno, tedesco. Un contesto meticcio, vivace e dai tanti stimoli, che orientò la sua ricerca poetica verso la varietà dei linguaggi anche nel cinema.

A ricordare per il Piccololibri Sergio Amidei è l’amica attrice Giovanna Ralli, interprete di molti suoi film e fin dall’inizio componente della giuria del Premio internazionale alla sceneggiatura, che Gorizia ha intitolato ad Amidei, e che quest’anno festeggerà in luglio la quarantesima edizione. «Aveva un carattere tremendo - ricorda Giovanna Ralli - era bizzarro ma adorabile. Mi ha regalato i primi libri, perchè io non ho studiato, ho cominciato a tredici anni a lavorare nel cinema... A casa sua ci si vedeva spesso con gli altri grandi sceneggiatori del tempo, Age, Scarpelli, Scola».



Nello sfoglio dell’inserto un personaggio tutto da scoprire, Valery Larbaud, romanziere, poeta e traduttore francese, cui si deve la promozione internazionale di Italo Svevo. Larbaud, della facoltosa famiglia che imbottigliava l’acqua minerale Vichy Saint-Yorre, approdò a Trieste nel 1903, a 22 anni, diretto a Venezia con l’amante Isabel, e scoprì che il porto dell’Impero gli piaceva molto di più della città lagunare. «Qui c’è la modernità, le strade ampie, le case alte; ma per oggi, è tutto sospeso: il mondo domenicale ruota senza fretta, sollevando una pigra polvere sul sole troppo caldo», annotava nel suo “Diario”, durante la permanenza all’hotel Delorme, a Palazzo Modello, tra piazza Unità e via del Teatro. L’amore per Trieste è centrale nella sua comprensione di Svevo, che Larbaud recensisce entusiasticamente e traduce per importanti pubblicazioni francesi. Trieste farà scattare anche un’immediata intesa con James Joyce, che incontrò a Parigi nel 1920.

Completano lo sfoglio il ritratto del giovane ballerino inglese Jack Widdowson, artista in grandi produzioni di teatri europei e definito dalla stampa inglese “il vero Billy Elliot”, che ha scelto Trieste per vivere nel dopo-Brexit. E ancora una mappa dedicata al Museo del contrabbando di Nova Gorica e una pagina curiosa della storia della psicanalisi a Trieste. Nell’aprile 1921 Edoardo Weiss si reca a Vienna a consultare il suo maestro, Sigmund Freud, portando con sè riproduzioni di quadri di un paziente difficile: è Arturo Nathan, caduto in uno stato di profonda prostrazione. Freud guarda i dipinti e sentenzia: «Si tratta di un complesso di Edipo». —
 

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