La ciocca dei capelli di Garibaldi nei depositi del Museo del Risorgimento di Trieste

Uno degli angoli del museo del Risorgimento a Trieste

La storia del cranio di Oberdan, la scheggia della bomba e i reperti appartenuti agli irredentisti tra le "chicche" del museo ospitato al primo piano della Casa del Combattente

TRIESTE Il leggendario inviato del Piccolo Mario Nordio nel 1923 venne mandato a Zagabria e a Vienna per indagare su un mistero davvero particolare: la sua missione era cercare il cranio di Guglielmo Oberdan che era stato spiccato dagli austriaci dal cadavere dell'irredentista subito dopo la sua uccisione nel dicembre 1882. Pare che il corpo di Oberdan rimase a lungo nell'ospedale militare di via Fabio Severo per essere poi inviato al museo di anatomia di Zagabria e poi ancora a Vienna. Nordio aveva smosso la diplomazia di vari paesi tra cui la Cecoslovacchia e la Polonia nel tentativo di indagare ma non aveva avuto successo. Di un personaggio che voleva attentare alla vita dell'imperatore d'Austria sarebbe stato più logico conservare il cervello piuttosto che il cranio ma è difficile saperne di più dal momento che le carte precedenti al 1885 sparirono inspiegabilmente dagli archivi dell'ospedale militare e non si lesse mai una relazione dell'autopsia.



A raccontarci questo aneddoto è Antonella Cosenzi, archivista e conservatore del Museo de Henriquez, che dai depositi del Museo del Risorgimento illustra diversi preziosi oggetti. Alcuni bottoni e una stella a cinque punte della mantella del XX reggimento Weber, un paio di stivali, le suole e un frammento della bomba di tipo Orsini appartenevano a Oberdan.

La bomba in questione era stata lanciata il 2 agosto 1882 durante il corteo dei veterani austriaci che raggiungevano la luogotenenza di Trieste per rendere omaggio a Carlo Ludovico, fratello dell'imperatore Francesco Giuseppe, chiamato in città per inaugurare l'esposizione universale organizzata per celebrare i cinquecento anni dalla dedizione di Trieste all'Austria. Molti attribuirono a Oberdan la paternità dell'attentato perché il frammento di bomba era dello stesso tipo di quella che il giovane aveva con sé quando venne catturato a Ronchi nel 1882, intenzionato a raggiungere Trieste dove era atteso l'imperatore. Oberdan dichiarò di essere stato presente il 2 agosto ma rinnegò di aver lanciato la bomba: venne comunque giustiziato come disertore.

«Avrebbe potuto chiedere la grazia all'imperatore - dice Cosenzi - ma non lo fece perché pensava che Trieste avesse bisogno di un martire per denunciare la sofferenza in cui si trovava. In molti chiesero la grazia di Oberdan, anche Victor Hugo. La sua morte fece più scalpore nel Regno d'Italia che in città e aprì le porte all'Irredentismo».

La volontà di individuare il luogo della sepoltura di Oberdan si deve alla tenacia di Carlo Banelli, amico e coetaneo del martire. Il cadavere del patriota fu inumato di notte nel cimitero militare e per anni non si seppe esattamente dove perché gli austriaci non volevano che la sepoltura diventasse un luogo di pellegrinaggio. Raccogliendo le testimonianze e facendo sopralluoghi Banelli riuscì a individuare il punto esatto, nel 1923 redasse una relazione dettagliata completa di disegno del cimitero e del luogo in cui si trovavano i resti coperti e mimetizzati da una sorta di immondezzaio collocato apposta lì dagli autriaci.

Gli esami anatomici sul cadavere confermarono che si trattava di Oberdan: il torace pronunciato, le mani affusolate quasi femminili, la grandezza dei piedi combaciavano e l'elemento chiave fu la mancanza della testa. La commissione a cui il Comune diede il compito di analizzare le prove dichiarò l'attendibilità del luogo della sepoltura. Dai depositi del museo ecco anche un vetrino con una ciocca di capelli e di barba di Giuseppe Garibaldi tagliata dal suo medico personale Timoteo Riboli che ne fece dono a Filippo Zamboni che aveva fatto parte di un battaglione di garibaldini e dal cui legato ha preso forma il Museo del Risorgimento. C'è anche una lettera per Leone Veronese firmata da Garibaldi e spedita da Caprera nel 1869, il testo invece è opera del suo segretario Giovanni Basso.



Curiosa è la divisa da ciclista di Francesco Rismondo, volontario di Spalato, laureato a Graz, che entrò nell'ottavo battaglione dei bersaglieri e morì nel 1915 in circostanze controverse: le associazioni sportive avevano all'epoca una vocazione irredentistica. Nella sala delle medaglie d'oro ci sono due ritratti di Guido Slataper, il fratello di Scipio, realizzati da Dyalma Stultus, in uno dei due il militare è alla conquista del Monte Santo nel 1917. Il salone dei volontari della prima guerra mondiale, abbellita dagli affreschi di Carlo Sbisà, è la parte più amata dai visitatori, insieme alla cella di Oberdan. «A volte qui vengono i discendenti dei volontari - racconta Antonella Cosenzi - e chiedono di vedere il materiale appartenente ai familiari».



Il Museo del Risorgimento, nato grazie alle donazioni dei familiari dei volontari, è stato inaugurato nel 1934 ed è l'unica realtà triestina ad aver avuto una specifica costruzione dedicata allo scopo museale. Occupa il primo piano della Casa del Combattente, prima si trovava presso la Villa Basevi di via Besenghi come Civico Museo di Storia Patria che accoglieva anche materiale risorgimentale, ma ovviamente fino alla fine della prima guerra mondiale di Risorgimento a Trieste non si poteva parlare. (8 - Fine)
 

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