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Quei tredici giorni a Trieste della Divina assieme al Vate

Eleonora Duse a passeggio con Gabriele D'Annunzio. Nel maggio 1902 trascorsero assieme 13 giorni a Trieste

TRIESTE. La Divina e il Vate. «La Duse e il D’Annunzio a Trieste. Iersera alle 10.16 è arrivato da Firenze Gabriele D’Annunzio, che ha preso alloggio all’Hotel de la Ville. Stamane alle ore 7.10, direttamente da Vienna, è giunta la sig.a Eleonora Duse che ha preso alloggio nello stesso albergo». Il Piccolo della Sera, con una precisione da orario ferroviario, inserisce il gossip tra le “notizie del giorno” dell’edizione del 6 maggio 1902. La coppia più chiacchierata di inizio Novecento sbarca separatamente nel porto dell’impero. Gabriele D’Annunzio, che all’epoca ha 39 anni, arriva dalla villa La Capponcina di Settignano, nel comune di Firenze. Per il Vate sarà la prima e unica volta a Trieste (ma nessuno allora poteva saperlo).

La Divina Duse, che ha cinque più di lui, arriva da Vienna dopo ha portato in trionfo proprio la “Francesca da Rimini” del D’Annunzio. Il vate soggiorna a Trieste con la Duse per 13 giorni, dal 6 al 18 maggio, con una puntatina solitaria in Istria il 15 su invito del direttore de Il Piccolo Teodoro Mayer. Al Teatro Verdi Eleonora Duse, interpreta “La Gioconda”, “La città morta” e “Francesca da Rimini” (tre repliche), tutti testi del Vate. Il 12 maggio iniziano i ricevimenti e i banchetti. La Società filarmonico-drammatica e il Circolo artistico offrono un ricevimento all’Hotel de la Ville per la coppia del secolo.

A tavola con la Duse e D’Annunzio siedono Attilio Hortis, Riccardo Pitteri e Giulio Caprin. Il 14 maggio la Divina e il Vate sono ospiti al castello di Duino per un “diner” offerto dalla principessa Maria Thurn-Taxis. Scrive Il Piccolo della Sera: «Oggi Eleonora Duse e Gabriele D’Annunzio furono ospiti al castello di Duino dov’erano invitati al “diner” della principessa Maria Thurn-Taxis nata Hohenlohe. Parteciparono al diner anche i principi Federico di Hohenlohe e Sascha di Thurn-Taxis. I due ammirarono le bellezze del castello, fatti oggetto da parte dei principi di entusiastiche accoglienze».

Nei giorni successivi la coppia è ospite nella “fastosa” dimora di via Diaz del vicepresidente del Teatro Verdi, l’avvocato Aristide Costellos, che strappa al poeta, ma invano, la promessa di un discorso pubblico a favore dell’erigendo monumento a Giuseppe Verdi. Il Piccolo del 13 maggio annuncia per sabato 17, al Teatro Verdi, la conferenza di D’Annunzio per promuovere la raccolta fondi. In un primo momento la conferenza viene rinviata al giorno dopo, la domenica. Solo che la tappa goriziana, l’unica della tournèe della Duse, è in calendario per lunedì 19 maggio. Al Teatro Verdi di Gorizia è in cartellone “La Gioconda”. E così il poeta anticipa la partenza e dà buca all’avvocato Costellos e alla causa del monumento a Verdi.

Da Gorizia, dove visitano “il colle della Castagnavizza e il sepolcreto dei reali di Francia in esilio” e pranzano all’Hotel della Meridionale, la coppia parte alla volta di Venezia con “il celere delle 7”. Tornerà a Trieste in giugno, promette D’Annunzio. Ma il 27 scrive al povero Costellos che deve rinunciare per altri “impegni gravi”. «Verrò dunque nell’autunno» assicura. Alla fine della lettera scrive “a rivederci”, ma è un addio.

Il Vate non tornerà più a Trieste. La sorvolerà un paio di volte nelle sue imprese da poeta soldato. La Divina Duse, invece, torna altre sei volte a Trieste. Ma senza il Vate al suo fianco. L’ultima volta è nell’ottobre 1922 quando rimette in scena “La città morta” di D’Annunzio. Alloggia sempre all’Hotel de la Ville. «Altre note artiste hanno tentato la prova, ma esse non hanno mai raggiunto la cima cui si teneva colei davanti alla qualche Gabriele D’Annunzio si è inginocchiato» scrive Il Piccolo delle ore diciotto del 24 aprile 1924 ricordando la Divina dopo la morte improvvisa avvenuta in America a Pittsburgh il 21 aprile 1924.

“Uccisa dall’influenza” titola il quotidiano triestino. La Duse ha 66 anni. «É morta quella che non merita» commenta la notizia D’Annunzio mentre si appella a Mussolini per riportare in patria “la salma adorabile”. Lei l’aveva già liquidato da tempo: «Gli perdono di avermi sfruttata, rovinata, umiliata. Gli perdono tutto perché ho amato».

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