Giorgio Voghera, nel “Segreto” dell’Anonimo Triestino l’ambizione di non lasciare traccia

Quando uscì nel 1961 era fuori contesto. Oggi illumina scelte di attualità

TRIESTE. Continua a nascondere un “Segreto” il libro che Giorgio Voghera, l' “Anonimo triestino”, aveva attribuito al padre Guido? Diversi documenti inediti mostrano che fin da giovane lo scrittore aveva cominciato a raccogliere memorie, sue e di famiglia, tali da spiegare anche alcune scelte esistenziali: pur dotato di un'intelligenza e di una memoria straordinarie, aveva infatti rinunciato a portare a termine gli studi universitari, preferendo all'affermazione professionale una vita da impiegato alla Riunione Adriatica di Sicurtà.

Perché aveva deliberatamente imboccato un percorso così diverso da quello seguito, o almeno desiderato, dai suoi coetanei? Quando ha rimesso insieme vecchi e nuovi appunti per preparare il racconto della sua vita, Giorgio era diventato ormai esperto di psicoanalisi: il fatto che abbia pubblicamente attribuito, fino alla fine, la titolarità del romanzo al padre, con il quale condivideva non poche convinzioni, svela infatti, oltre alla perfetta sintonia intellettuale tra i due, una risoluta volontà di non apparire.

Ecco almeno una ragione per cui vale la pena di rileggere questo romanzo, a volte un po' contorto, ambientato in una Trieste colta di sfuggita, dove tra l'altro nulla di straordinario accade. Eppure in questa autobiografia è stata depositata la ricchezza accumulata da tanta intellighenzia ebraica, non quella delle imprese e dei commerci, ma quella che ha voluto affrontare il tema dello scarto tra il cosiddetto senso comune e un'etica esistenziale categorica.

“Il segreto” è forse ancora più attuale oggi, quando il desiderio compulsivo di notorietà ha prodotto forme esasperate di narcisismo. Ebbene, come ben sapevano Michelstaedter, Svevo, Saba, Marin, per citare solo alcuni scrittori della nostra regione, e come ripeteva suo padre, anche Giorgio era convinto che la ricerca del successo, e soprattutto il suo raggiungimento, fosse dovuto ad una “antiselezione etica” che renderebbe vittoriosi non i migliori, ma i peggiori: costoro infatti, meno disposti a subire auto censure etiche, tra impulsi morali orientati al bene comune e istinti animali diretti all'interesse individuale non avrebbero dubbi nel privilegiare l'utile personale.

Tale consapevolezza ha condotto Giorgio Voghera verso scelte comportamentali decisamente conseguenti, tali da far di lui, e del suo personaggio, Mino Zevi, un “antimodello” rispetto ai valori celebrati dalla cultura corrente. In cambio lo scrittore ha guadagnato la possibilità di guardare con ironia alla smania di affermazione così diffusa, ricordando con lo spassoso understatement esibito nella “Biografia di un mitteleuropeo”, di essere sempre rimasto «fedele al principio di ottenere il minimo risultato con il massimo sforzo, come si conviene ad un vecchio mitteleuropeo inibito e perfezionista, sbalzato in un’amata ma difficile Italia, approssimativa, ma fanfarona». Come avevano indicato già altri prima di lui, si trattava di rendere meno crudele la legge di sopraffazione che regola l'universo, smontando radicati pregiudizi sociali alla luce di un'etica della compassione e dell'altruismo: in breve, non era il caso di aggravare ulteriormente la sofferenza delle creature umane mettendosi in una posizione antagonistica per assecondare le proprie ambizioni. L'autore nota anche, seppur limitando l'osservazione dal punto di vista biologico, che le femmine, umane comprese, scelgono per lo più i vincitori.

Anche da queste convinzioni, trasportate sul piano narrativo, è nato “Il segreto”, pubblicato da Einaudi nel 1961, con prefazione di Linuccia Saba. Il romanzo era quanto di più lontano dalla cultura edonista di quegli anni, frutto del miracolo economico, visto che ripercorreva il cammino interiore di un adolescente e poi di un giovane che aveva rinunciato al successo, anche in campo affettivo: al centro, infatti, sta il suo amore, “segreto”, per una compagna di scuola che, ignara, non avrebbe potuto mai corrispondergli. Mino Zevi analizza sistematicamente il proprio comportamento, giustificandolo alla luce dei suoi convincimenti: invece di avvicinare la sua Bianca, le sta lontano, ma non può non fantasticare e sognare incontri reali che avrebbero dato campo a dialoghi sapienti. Attribuisce all’amata, come Dante a Beatrice, qualità angelicanti ma sa trovarle anche molti difetti. Piega infine la propria energia vitale, il sesso, che da buon psicanalista conosce in tutte le sue declinazioni, verso l'eros, che sublima proprio con la rinuncia. Questo anti-eroe studia dunque le trasformazione di Bianca da studentessa adolescente a giovane fidanzata e sposa, cogliendone tutte le debolezze e soffrendo per le sue imperfezioni: avrebbe voluto infatti proteggerla dalla volgarità del mondo e tenersela vicina, oggetto di un amore puro.

Ma scopre anche, attraverso la minuziosa analisi dei suoi flussi coscienziali, di aver pagato a caro prezzo la propria severa intelligenza, ritrovandosi ad essere sempre meno adattabile e sempre più misantropo. Pur nichilista, lo scrittore era tuttavia convinto che l'amore verso il prossimo fosse l'obiettivo primario da conseguire, anche attraverso la lotta, se condotta contro chi tendeva a reprimere i propri simili per amore di dominio. E sapeva bene che alla fine poteva esserci la sconfitta personale. Nondimeno Giorgio Voghera nel giro di qualche decennio, pur continuando a vivere e a scrivere senza mai derogare dalle proprie opinioni, è diventato uno dei punti di riferimento della cultura ebraica internazionale.

Se “Il segreto” al suo apparire era stato giudicato poco interessante, dopo i Nobel a Isaac Singer e ad Elias Canetti è stato celebrato come uno dei lavori più riusciti di quella cultura che venne detta mitteleuropea. E non sappiamo se, alla fine, lo scrittore avrebbe confermato le parole che qualche anno prima aveva scritto proprio a Bianca, incontrata per caso e ancora una volta non avvicinata, in una lettera in cui ribadiva la sua recidiva incapacità «di avere una schietta soddisfazione dal mio lavoro o da altro, di desiderare veramente il successo e di poterne godere qualora lo avessi effettivamente raggiunto». 

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