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Katra, la staffetta di Opicina che regalò un cappotto al disertore della Wehrmach

Stanislava Čebulec a Opicina negli anni Cinquanta

Il racconto inedito di Stanislava Čebulec si aggiunge alle testimonianze della lotta partigiana delle donne slovene della Venezia Giulia sull’altopiano carsico e sui motivi del loro impegno

TRIESTE Nell’esperienza di lotta della partigiana slovena, residente ad Opicina, si ritrovano i tratti comuni e caratteristici di tante donne che scelsero i rischi dell’impegno antifascista. Più raramente utilizzate come combattenti, le partigiane slovene della Venezia Giulia svolsero attività di staffette o di supporto logistico per l’OF (Osvobodilna Fronta / Fronte di Liberazione Sloveno), trasporto di materiali di propaganda e viveri, lavori di cucito e di cucina, ecc. Entrarono nella lotta partigiana per solidarietà e idealismo, non perché costrette dagli eventi. Le donne impegnate in compiti di particolare responsabilità erano, in genere, provviste di un’istruzione superiore o contavano su una esperienza politica maturata negli organismi di lotta presenti in fabbrica o sul territorio.

Una di queste è Stanislava Čebulec, che approda precocemente all’antifascismo per ragioni di classe e nazionali, oltre che per gli orientamenti recepiti dal padre e dal cognato. La sua è una testimonianza inedita che entra far parte di quel coro di voci non sempre registrate dalla Storia. Come tanta parte del proletariato sloveno Stanislava Čebulec aderisce al progetto comunista d’istinto, perché toccata dall’ingiustizia sociale, che vede intorno a sé, nel piccolo mondo di notabili arbitri dei destini degli umili con il sostegno del regime. Trasferitasi da Villa del Nevoso (Iliska Bistrica) a Opicina, Stanislava Čebulec cerca di conciliare il lavoro e gli affetti con i rischi crescenti dell’attività clandestina. Sopravvive grazie al mestiere di sarta appreso dal padre. Nel 1936 si sposa con un marittimo che la lascerà, suo malgrado, troppo sola negli anni di guerra e in quelli successivi. Nel 1937 diventerà madre attenta ed amorevole di un bimbo, da lei presto educato all’autonomia ed alla solidarietà richiesta in quei difficili momenti. Stanislava, detta Slava, (Katra per il movimento) è una giovane donna moderna per naturale vocazione, condizioni esistenziali e carattere. Fedele negli affetti, solidale con le compagne ed i compagni di lotta, considera l’impegno politico la meta più alta e più importante del suo agire.


La rete di staffette era molto articolata su tutto il territorio. La posta, recapitata presso le Javke, postazioni di contatto delle staffette del comando di Sežana, prima ancora di Komen, e in generale del Carso da Trieste e da Monfalcone, veniva poi distribuita alle postazioni del Carso e di Trieste. Quasi ogni giorno le ragazze portavano la posta e il materiale propagandistico a Repen, Col, Pleskovica, Prosecco e Conconello.

Nel gennaio 1945 Slava (Katra) sta attraversando la Valle del Vipacco con altre staffette portando del materiale di propaganda. Le ragazze sono scortate da un partigiano sovietico (già prigioniero della Wehrmacht) unitosi ai partigiani, che cerca di controllare la strada in cui si sentono degli spari. Il gruppo di circa 20 persone, di cui fa parte la nostra testimone, deve passare in fila indiana, buttandosi a terra, davanti a una casa abitata da fascisti. A Marlevo, nei pressi di Rifenbergo (Kronberg), la gente del posto consiglia di non andare più avanti, perché la zona è occupata dai tedeschi. Si decide allora di passare la notte in un fienile.

«Ma il fatto più tragico e ridicolo accadde – ha raccontato Katra molti anni dopo – quando mi trovai davanti un disertore della Wehrmacht». «Eravamo nel fienile e stavamo parlando fra di noi quando a un certo punto ho esclamato: “Maledetti švabi!”. Švaba è una parola slovena che sta per “invasori”, “nemico”. E allora sento che uno mi risponde: “Sai, compagna, che sono anch’io Švaba? Volevo sprofondare. Davanti a me c’era un ragazzo biondo, un vero tedesco. Era inverno, faceva freddo, indossava solo una giacca. E lui: “Io non mi sono offeso, perché meritiamo queste offese! Non so se i miei genitori sono vivi o no. Sono già stati in galera prima della guerra, nelle carceri di Hitler. Io ho già fatto il mio dovere scappando con i partigiani. Ora cerca di tenerne conto”.

Allora gli dico: “Ascolta giovanotto, tu devi aver freddo. Io devo avere un cappotto di mio marito. Se i tedeschi non me l’hanno portato via, io te lo mando” e ci siamo messi d’accordo su dove e quando glielo avrei recapitato». «In seguito - ha ricordato Katra - ho portato questo cappotto nella casa stabilita, ed ancora oggi penso che quel giovane tedesco non avrebbe avuto più tanto freddo. Era un cappotto pesante, robusto. Mi hanno detto che quando l’ha visto si è messo a piangere. “Ma come - ripeteva - quella donna prima mi chiama Švaba ed ora mi manda un cappotto?; non ne ho mai avuto uno così bello”». «In seguito - ricorda ancora Stanislava Čebulec - per curiosità, l’ho cercato tra i partigiani, ma non ho mai saputo più nulla. Sarà forse una storiella, un po’ ridicola, un po’ curiosa. Ma umana, solo chi l’ha provato, sa cosa vuol dire aver freddo, esser scalzi, sentire il disprezzo e ricevere un gesto di solidarietà».

Un altro episodio accadde durante il rientro nel paese di Rifenbergo, poi Brainik, occupata saldamente dalla Wehrmacht. Le staffette furono costrette, perciò, loro malgrado, a liberarsi di tutto il materiale compromettente. «Nei pressi di Comeno - racconta l’ex staffetta partigiana - vedo qualcosa che luccica: che cos’è? Ci mettiamo subito d’accordo: due, le più coraggiose vanno avanti, le altre restano indietro. Arriva un solo soldato tedesco, armato di mitragliatore. Quando ci vede sta per reagire ma a un certo punto nota la bottiglia di grappa che aveva una di noi. Quel litro di grappa ci ha salvato. Il soldato si è presa la bottiglia, ha bevuto alcuni sorsi e ci ha detto: - Andate, andate, ma lasciatemi solo questa. Non ve la restituisco. Più tardi, quando rientrai nella mia stanza, mi dissero: “Katra, lascia questo luogo, perché da qui hanno portato via, non so quanta gente, in Risiera”. E così mi salvai». —


 

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