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Al Museo Sartorio di Trieste baruffe e venderigole nelle cronache dipinte da Rosè

Una delle "chicche" del Museo Sartorio immortalata da Andrea Lasorte

Nella quadreria anche gli affreschi di donne nude che ornavano una casa di tolleranza in Cavana

TRIESTE Quando morì ottantenne, nel 1884, alcuni quotidiani delle Tre Venezie gli dettero l’addio spendendo parole di encomio come fosse un collega; e in fondo lo fu, collega non di penna ma di pennello.

Giovanni Luigi Rose, noto come Rosé, visto l’incarico del nonno console in Francia, era colui che non si faceva scappare l’occasione di ritrarre episodi di vita da strada: un litigio al mercato, un prete rubicondo attaccato al bicchiere, il matto di quartiere deriso dai monelli…



Il museo Sartorio non è solo l’ex residenza dagli interni fastosi di una famiglia di commercianti dotata di patrimonio e buon gusto. È anche il rifugio di un migliaio di opere catalogate, appese e conservate nelle 88 griglie disposte su due piani in un locale ricavato dalla ristrutturazione delle scuderie alla fine degli anni 90. «Si tratta di una quadreria - spiega la curatrice Lorenza Resciniti - che non fa parte del museo ma in pratica costituisce una galleria a sé benché priva di un luogo espositivo». Qui sono stati convogliati i quadri sacri e profani che giacevano nei corridoi, nei depositi del civico museo Morpurgo, quello di Storia Patria nel piano sottostante, nel Museo della Cattedrale e del Risorgimento. Tra i molto profani, la sorpresa del ritrovamento di affreschi di buona fattura a firma Ballarini, anche fotografo, che raffigurano quattro donne nude e opulente messe a ornamento dei muri di una casa di tolleranza in Cavana, anche questi inventariati nella raccolta benché di proprietà statale.



E se la collezione non contempla capolavori assoluti, comunque si tratta di opere degnissime che a richiesta girano l’Italia delle mostre, mentre la città ciclicamente le può ammirare in occasione di esposizioni a tema: impensabile, dati gli spazi, un allestimento completo.

Al confronto con altri il pittore Rosé magari non primeggerebbe, ma divertito e beffardo, è un distillato di triestinità, accanto al caricaturista Carlo Wostry, tra i frequentatori del Circolo Artistico al Caffè Chiozza. Autodidatta, all’epoca Rosé vende le sue “istantanee” sotto i portici di Palazzo della Borsa agli impiegati di passaggio. Pronto a cogliere la baruffa delle donne nelle estati torride per attingere l’acqua alla fontana del Giovanin in Ponterosso; a fissare l’occhio lascivo del frate sulla fresca popolana mentre ignora la venderigola che gli infila nella bisaccia qualche primizia, forse in cambio di una preghiera.



Che sia un tantino anticlericale non gli impedisce di accettare le committenze delle nuove chiese di San Giacomo, San Giovanni e Roiano, per le quali dipinge le stazioni della Via Crucis e pale d’altare, passando disinvolto dalle piccole tele alle grandi dimensioni. Non essendo pittore accademico i suoi prezzi, come i suoi soggetti preferiti, sono popolari. Invece ai facoltosi spetta l’onore della magnanimità. Giuseppe Sartorio, morto nel 1910, rassicurava l’allora direttore intento a far quadrare i bilanci: “Non comperare, ci penso io e poi lascio tutto al museo”. Un mecenatismo che, assicura la curatrice Resciniti, «ha continuità nel tempo e sempre all’insegna della discrezione».



Dalla fine del 1880 i lasciti si susseguono e l’ultima in ordine di tempo è l’importante donazione Lanieri, compiuta due anni fa e in attesa di visitatori dell’allestimento, sospeso a causa della pandemia. Ma la sciagura maggiore fu causata dalla seconda guerra mondiale ed evidentemente poco poté un imponente quadro di fine Ottocento della Madonna che pare supplicare il cielo avvinta alla croce, ai suoi piedi la veduta di Trieste dal mare. Durante un bombardamento del 44 i dipinti conservati a villa Basevi, poi demolita a causa del suo stato precario, nel rione di San Vito, vennero squarciati dai vetri in frantumi, finirono in cantine e soffitte, e si rese necessario un attento lavoro di restauro.

«Fino ad alcuni anni fa il Sartorio, come gli altri musei, era dotato di un laboratorio fisso, con una restauratrice titolata, mentre ora i lavori sono affidati a ditte esterne», constata amara la curatrice. Il mare prende e il mare dà.Grazie ai traffici marittimi nel tempo arrivano le icone greche, di scuola cretese, di bizantinismo veneziano, che essendo dipinte su tavola vanno conservate in posizione orizzontale. In un’altra città, che invece si specchia nel Mar Nero, anch’essa porto franco, l’ucraina Odessa, si incontrano e innamorano Evelina D’Angeli e Piero Sandrini. Emigranti di lusso, colà, dove l’italiano è l’esperanto degli affari, si stabiliscono e tornano di tanto in tanto nella città d’origine.

Sceglieranno di affidare l’immagine dei loro anni migliori al poco meno che quarantenne Eugenio Scomparini di origine veneziana, che aveva scuola di pittura al museo Revoltella. Il ritratto della coppia, datato 1878, esaltato dall’elegante cornice liberty, pare immortalare, al di là della figura degli sposi, l’apoteosi della società triestina borghese legata alle proprie fortune commerciali temperate dalla consapevolezza della dignità. Una visone del mondo che attecchisce profondamente nel tessuto cittadino e che ogni singolo quadro della pinacoteca “segreta” del Sartorio ribadisce. —


(6 - Continua)


 

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