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Giuseppe Rotunno, il mago della fotografia che "salvò" Trieste con l’alta definizione di “Giulia e Giulia”

Il film di Del Monte, con Kathleen Turner, Gabriel Byrne e Sting, fu un flop nonostante le immagini. Il direttore si lamentò dell’illuminazione della città: «Palazzi trattati come supermercati» 

TRIESTE  È legato a Trieste un episodio significativo, anche se non troppo fortunato, della carriera di Giuseppe Rotunno (1923-2021), il celebre direttore della fotografia di Visconti e Fellini scomparso il 7 febbraio scorso. Rotunno ha saputo raffigurare da par suo la nostra città in un film nel complesso poco apprezzato, ma che è stato uno dei più importanti mai realizzati a Trieste per impegno produttivo. Stiamo parlando di “Giulia e Giulia”, girato in città 35 anni fa, nel settembre 1986, uscito in sala un anno dopo, diretto da un regista allievo di Rossellini e ammiratore di Antonioni, Peter Del Monte, allora all’apice della carriera.

Sorta di anticipazione del proverbiale “Sliding Doors” (1998), con Gwyneth Paltrow che saltando sul metrò si ritrova in una realtà parallela, anche “Giulia e Giulia” vede la protagonista (Kathleen Turner, all’epoca fra le massime dive hollywoodiane) vivere uno sdoppiamento in due dimensioni. Nel racconto vi sono due Giulie, quella felice insieme al marito Paolo (interpretato da Gabriel Byrne) e la Giulia rimasta vedova, perché il marito muore in un incidente stradale all’inizio del film, mentre viaggiano insieme dopo le nozze festeggiate al Castello di Miramare. Inoltre, Giulia è turbata da un misterioso corteggiatore interpretato dal cantante Sting. Scritto dallo stesso Del Monte, da Silvia Napolitano e Sandro Petraglia, il film riecheggia l’Antonioni di certi enigmi esistenziali femminili come “L’avventura” e “Identificazione di una donna”.


Grande evento cittadino per le tante riprese effettuate tra la folla in centro, “en plein air” (in Piazza Unità, sulle Rive, in Piazza della Borsa), con tre celebrità come la Turner, Sting e Byrne, “Giulia e Giulia” era una produzione Rai molto promossa anche perché avrebbe dovuto lanciare definitivamente un’importante novità tecnica, l’alta definizione. Girato su nastro magnetico e quindi riversato su pellicola, il film rappresentava un episodio chiave della difficile dialettica fra cinema e televisione in quel decennio. Del Monte metteva la sua firma d’autore a un’impresa che ricalcava la prima opera-video di quella sperimentazione, “Il mistero di Oberwald” (1980) del suo maestro Antonioni.

Presentato in un clima di grande attesa in apertura della Mostra di Venezia 1987, “Giulia e Giulia” però delude. Le immagini di Rotunno sono ottime, ma il risultato non appare diverso da quello ottenibile con le tradizionali cineprese. L’opera sembra un ”normale” film esistenziale e psicologico, a tratti raffinato e coinvolgente, ma più spesso noioso, ed è sicuramente penalizzato dall'equivoco del capolavoro annunciato (è comunque uno dei primi trenta incassi italiani nella stagione 1987-88).

Nonostante l’insuccesso critico e il brusco stop nella carriera del regista, questa storia psicologica e fantastica trova però il suo scenario ideale proprio a Trieste, ripresa con nitidezza accesa, oppure con inedite ombre notturne, dal mago delle luci Rotunno. Per la prima volta in un film triestino, i palazzi asburgici della città diventano protagonisti “aggiunti”, rappresentati col filtro di un misterioso fascino d’epoca. Il volto architettonico di Trieste - immutato nelle due esistenze di Giulia - con la sua linearità neoclassica, o la sua esuberanza liberty, comunica qui un senso straniante di sovratemporalità, come fosse un fondale ricostruito. «Avevo bisogno di uno scenario che si riscattasse dalla quotidianità. Una città vera che sembrasse quasi finta, come fosse costruita in un teatro di posa», dichiarava Del Monte al “Piccolo”. Di fatto, in “Giulia e Giulia” per la prima volta al cinema Trieste diventa quel “non luogo”, quel limbo geografico e stilistico, che sarà poi al centro del noto saggio di Jan Morris, e che sarà ripreso di nuovo al cinema a partire da ”La sconosciuta” di Giuseppe Tornatore.

Quando viene chiamato per “Giulia e Giulia”, Rotunno è il direttore della fotografia italiano più conosciuto e stimato negli Stati Uniti dopo Vittorio Storaro. Da una decina d’anni vive a Hollywood una seconda giovinezza professionale, applicando la ricchezza cromatica elaborata per Fellini a film di Bob Fosse (“All That Jazz”, 1979), Robert Altman (“Popeye”, 1980), Fred Zinnemann (“Cinque giorni, un'estate”, 1981). E infatti, in “Giulia e Giulia” Rotunno è l’unico a salvarsi nei giudizi dei critici a Venezia. “Co’ son lontan de ti Trieste mia – scrisse Kezich su ‘Repubblica’– mi accontenterei di ammirarti nelle immagini che il grande Peppino Rotunno ha fermato nel film ‘Giulia e Giulia’. Peccato che il copione è quel che è, bisogna accontentarsi di guardare le figure”. Per il “Corriere” il film è «favorito dalla fotografia ammirevole di Rotunno». Per “l’Unità” si salva «grazie alla superlativa bravura di un grande direttore della fotografia come Rotunno».

Intervistato dal “Piccolo” all’epoca delle riprese, Rotunno provava a spiegare il lavoro che aveva immaginato per il film, in particolare per rappresentare quell’inedita Trieste notturna: «Una città di notte può diventare più bella. Ma conta la luce, la luce che dà forma e vita, senza la quale non c’è niente. Visconti diceva che non c’è scenografia senza luce». E aggiungeva un tocco di polemica verso l’illuminazione urbanistica della città di allora: «Trieste, per esempio, andrebbe illuminata veramente. Non basta mettere delle luci contro i palazzi. Sono magari bellissimi, ma vengono trattati come supermercati».—

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