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Dora Maar, la donna Minotauro ossessionata dal genio Picasso

La fotografa, figlia dell’architetto croato Josip Marković, immortalò le fasi di Guernica e fu legata per nove anni al pittore. Slavenka Drakulić la racconta per Bottega Errante

TRIESTE Guai a innamorarsi di un genio, si rischia la vita. A queste relazioni pericolose Slavenka Drakulić scrittrice croata, naturalizzata olandese, ha dedicato i suoi due ultimi libri. Il primo è “Mileva Einstein. Teoria sul dolore” (Bottega Errante Edizioni) il secondo, di cui ci occupiamo, è “Dora e il Minotauro” dello stesso editore. Drakulić ha scelto due donne della sua terra, una serba e una croata, che hanno rinunciato a se stesse per l’uomo che hanno amato per tutta la loro vita.

E non sono donne qualsiasi, ma donne che avrebbero potuto ricoprire i ruoli dei loro uomini. Mileva aveva una formidabile preparazione in Fisica e diede un contributo importante ad Albert per sviluppare le sue teorie, che non le fu riconosciuto; Dora diede un altrettanto importante contributo a Picasso, quando lui dipinse Guernica, quadro fondamentale per la storia dell’umanità e per la sua notorietà.

Lei fotografò le fasi dell’immane lavoro. Ma nessuno lo ricorda. Ugrešić, per raccontare la vicenda di Dora Marr utilizza lo strumento del diario, che la donna avrebbe scritto su impulso del suo psicanalista, Jacques Lacan. La narrazione comincia dall’Argentina, dove passa l’infanzia e la prima adolescenza. Nata a Parigi nel 1907 da Joseph Markovitch (Josip Marković), architetto croato famoso in Sud America, e Louise-Julie Voisin, di famiglia cattolica di Cognac, all’anagrafe è registrata come Henriette Theodora Markovitch. La sua prima lingua è lo spagnolo, insieme al francese di maman, che detesta tutto ciò che è argentino, e il croato di papà. Quando Dora è una fanciulla in fiore, attratta dal tango, maman la porta a Parigi lontano dalle tentazioni, vuol farne una brava ragazza borghese. Un cambiamento scioccante perché si sente in colpa. Studia all’École et Ateliers d’Arts Décoratifs, vuole diventare pittrice. Frequenta l’Académie Lhote dove incontra Henri Cartier-Bresson, e nasce in lei la passione per la fotografia.

Si iscrive all’École de Photographie: “Forse perchè all’epoca mi sentivo trascurata dai miei nuovi conoscenti parigini. E se anche ciò non era vero, nome, lingua, interessi, persino il mio aspetto erano sufficienti a farmi sentire diversa. Ero nuova, straniera, e di conseguenza ipersensibile. Non mi restava altro che nascondermi. E ci riuscii. Dietro l’obiettivo della macchina fotografica”. Dora si afferma come fotografa. Entra a far parte del circolo dei surrealisti. Insieme a Jacqueline Lamba, Lee Miller, Valentine Penrose, Alice Rahon, la triestina Leonor Fini entra a far parte del circolo dei surrealisti. Espone a Tenerife nel 1935, a Londra nel 1936, e dopo, nel 1937 e 1938, a New York, Tokyo, Amsterdam. Parigi in quegli anni è la capitale mondiale della cultura e delle avanguardie.

Si respira un’aria di libertà, anche sessuale. L’affascinate Dora si lascia travolgere, diventa l’amante di George Bataille, il filosofo dell’erotismo, meritandosi la fama di una che trasgredisce. Fama che arriva a Picasso, che la conosce tramite del poeta Paul Éluard. “Rispetto a Picasso – afferma Dora, secondo Slavenka Drakulić - ero una persona insicura, debole e dipendente. Dubitavo di me stessa, di ogni mia scelta. Fotografa o pittrice? Francese o croata? Argentina o etrusca? Forse comunque ebrea? Donna, ma con caratteristiche maschili. Politicamente impegnata, poi del tutto indifferente verso la politica. Atea o credente? Sottomessa e isterica. Intellettuale? Sì, ma pazza. Ingenuamente sincera, ma anche bugiarda, gelosa, donna vanitosa dietro una maschera di freddezza. Orgogliosa e superba, ma che invece di lottare rinuncia e si abbandona alla propria debolezza. Femme fatale vittima della propria passione”.

I nove anni passati con Picasso la distruggono. Viene continuamente umiliata nel confronto con le altre: Françoise Gilot, madre di due figli di Picasso, diventata pazza; e Marie Thérèse Walter, madre di Maja. Lei è sterile. Solo l’ultima compagna di Picasso, Jacqueline, è gentile. Jacqueline, quasi cinquant’anni più giovane del pittore, si suiciderà alla sua morte, come aveva fatto prima Marie Thérèse. Lui è il padrone assoluto del suo gineceo. Ma non è solo questo. C’è anche una sudditanza culturale. Ed è proprio Guernica, in cui lei, con il suo obiettivo, esalta l’opera del Maestro il momento in cui comincerà la rottura. Guernica le apre gli occhi: “Come uomo è meschino, amorale, avaro, cattivo. Come artista è un genio che ammiro”.

Ci vorrà tempo, crisi, ricovero in manicomio, per farle capire che è finita. Anche se non sarà mai finita. Picasso, a suo modo, le aveva svelato quel che sarebbe accaduto nel quadro in cui rappresenta il Minotauro con una donna, che ha il volto di lei, mentre l’uomo con la testa di toro è lui. E il mito rivela che il Minotauro divora le sue vittime.

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