Un cast stellare sbarcò a Trieste per sperimentare l’alta definizione

Nel 1986 Kathleen Turner, Sting e Gabriel Byrne in “Giulia e Giulia” di Del Monte. Ne parla sabato il Piccololibri che ricorda anche Livio Sossi e il fotografo Adriano Perini 

TRIESTE Trentacinque anni fa, nel settembre 1986, il salotto di Trieste divenne il set cinematografico di un cast stellare. Tra le Rive, piazza della Borsa e piazza Unità, si muovevano Kathleen Turner, all’epoca fra le star hollywoodiane di punta, Gabriel Byrne e Sting, diretti da un regista all’apice della sua carriera, Peter Del Monte. Il film era “Giulia e Giulia” e a curare la fotografia era stato chiamato Giuseppe Rotunno, celebre collaboratore di Visconti e Fellini, scomparso il 7 febbraio scorso a 97 anni. La pellicola avrebbe dovuto lanciare una grande novità tecnica, l’alta definizione, e venne presentato alla Mostra del cinema di Venezia, un anno dopo, con gran battage pubblicitario, preceduto dalla fama di capolavoro annunciato. Ma non fu un successo, nè per l’intreccio, nè per la tecnologia sperimentata. A salvarlo dalla severità della critica furono proprio le immagini di Rotunno, che restituirono per la prima volta quella Trieste geograficamente e stilisticamente indefinibile, la Trieste “del nessun luogo” evocata, quindici anni dopo, nel libro di Jan Morris. Tullio Kezich, su Repubblica, fu tranchant: «Co’ son lontan de ti Trieste mia - scriveva - mi accontenterei di ammirarti nelle immagini che il grande Peppino Rotunno ha fermato nel film “Giulia e Giulia”».

La morte recente del maestro della fotografia romano, ha riportato d’attualità il ricordo dei primi passi dell’alta definizione che si mossero a Trieste. Ne parla un lungo articolo del Piccololibri, l’inserto di sette pagine dedicato a storie e personaggi di Trieste e del territorio che esce ogni sabato all’interno di Tuttolibri della Stampa in abbinamento al nostro quotidiano.


E sperimentazione fu anche quella di Adriano Perini, fotografo triestino e fondatore di Photo Imago, venuto a mancare nel 2019, a 71 anni. Il suo rilevante archivio di negativi, diapositive, stampe, volumi e corrispondenze personali e dell’associazione con altri maestri dell’obiettivo, per volere della vedova è stato donato alla Fototeca comunale dei Civici Musei di Trieste e ora la raccolta di Photo Imago fa parte del suo patrimonio iconografico.

A Perini, e al dialogo che seppe avviare fin dalla metà degli anni Settanta oltre la cortina di ferro con i colleghi, i musei e le gallerie della Jugoslavia, dell’Ungheria, della Cecoslovacchia, è dedicato il paginone centrale dell’inserto. Lui stesso si avventurò su terreni fino allora inesplorati della fotografia e sperimentò con successo modalità espressive che rompevano decisamente con il realismo e col pittorialismo del passato. Importante, per capire la sua sensibilità, è il reportage che realizzò in casa tra il 2004 e il 2005, all’Orto Botanico di via de Marchesetti, da cui venne ricavato il volume “Fotosintesi”: il verde, le mani che se ne occupano, le geometrie vegetali, un nuovo modo di cogliere e organizzare gli spazi.

Un’intera pagina del Piccololibri è dedicata all’anniversario legato a un’altra figura di innovatore, Livio Sossi, illustre studioso della letteratura per l’infanzia, saggista e docente, nato settant’anni fa a Trieste e scomparso due anni fa. La sua fu un’opera infaticabile di promozione in Italia della moderna letteratura per ragazzi, libri firmati dai migliori autori del Novecento, italiani e molti stranieri, che si rivolgevano a piccoli lettori “reali”, liberati dall’inautentico buonismo ottocentesco, con temi forti come l’antiautoritarismo nei confronti degli adulti, la diversità, la disuguaglianza, l’arte, o temi di rottura come il sesso, la morte, l’omosessualità. Basta pensare a “Pippi calzelunghe” di Astrid Lindgren per capire quale fosse la visione del bambino che il docente aveva in mente: piccoli protagonisti, quindi lettori, liberi, ribelli, autonomi, in grado di sviluppare nella lettura un senso critico, anche estetico. Sossi fu un figura chiave nel nuovo rinascimento che la letteratura per l’infanzia conobbe negli anni Ottanta e il suo fiuto di talent scout fondamentale per individuare e promuovere nuovi autori.

Completano lo sfoglio dell’inserto di questa settimana il ricordo della partecipazione al Gabinetto dei Vieusseux di Letizia Schmitz, figlia di Italo Svevo. Mandata a Firenze allo scoppio della prima guerra mondiale, a ventun anni, nel gennaio 1918 la ragazza si era abbonata alla “Biblioteca circolante” di via dei Vecchietti, di cui era diventata cliente assidua, come testimonierà lei stessa in occasione delle celebrazioni del Vieusseux per i cinquant’anni della morte del padre, nel ’79.

La mappa d’autore è firmata dalla scrittrice Giorgetta Dorfles, mentre la prima pagina ricostruisce le giornate assolate e i tuffi al Bagno Amadi, sotto Servola, dove si conobbero tre ragazzini destinati a diventare grandi amici e a fare grandi cose: Umberto, Giorgio e Virgilio. —
 

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