Il sacrificio di Pavovich Un posto da “concertino” in nome dell’arte italiana

Il musicista dovette rinunciare al ruolo di violino di spalla «In questo modo potrà legare a sé la mia gratitudine»

Il caso



Arruolato come “violino di spalla” per la futura Orchestra Sinfonica della Scala dovette accontentarsi (si fa per dire) di un posto di “concertino” dei primi violini. Nel 1920, del resto, come si poteva di re di no ad Arturo Toscanini. «Giovanni Pavovich, il valoroso primo violino del nostro Quartetto, è stato chiamato da Arturo Toscanini al posto di violino di spalla nell’orchestra dei grandi concerti per la Fiera di Padova. Poiché, come è già noto, gli elementi di quel complesso orchestrale, sono stati scelti fra i migliori di Italia, il nostro giovane artista può davvero andare orgoglioso dell’onore, pari al resto ai suoi meriti, di essere stato destinato a guidare gli archi di così eletta falange» annuncia “Il Piccolo” del 20 maggio 1920.

Ma c’è un equivoco. Il posto “di spalla” della falange di Toscanini è già assegnato al milanese Virgilio Ranzato più vecchio di 15 anni. E così il 21 novembre 1920, in occasione del concerto al Politeama Rossetti, dopo la trionfale esibizione nella Fiume di Gabriele D’Annunzio, Il Piccolo chiarisce il ruolo di “concertino” del concittadino Pavovich rendendo pubblica una lettera di “Forbsòn” (soprannome dialettale che Toscanini conquistato sul campo per le critiche taglienti come forbici e il perfezionismo che si esprimeva in sfuriate d’ira rivolte ai musicisti). «Certamente vi fu un malinteso fra lei e il sig. Tripiciano nel colloquio di Padova perché lui mi riferì appunto, e con mia indicibile soddisfazione, che Ella avrebbe accettato il posto di concertino dei primi violini nella mia “tournée” italoamericana, atteso che quello di violino di spalla, per ragioni di delicatezza e giustizia, era già stato affidato al Ranzato di Milano. Senza ciò sarei stato lietissimo di offrirlo a Lei, che ho apprezzato tanto nella breve stagione di concerti a Padova» scrive Toscanini.

E subito aggiunge, a scanso di equivoci: «Le ripeto, ero così convinto di quanto mi riferì il sig. Tripiciano, che nel nostro saluto di arrivederci non potevo certo supporre esistesse un malinteso. Tuttavia speravo che Ella si sarebbe lasciato indurre ad accettare egualmente il posto offertole, in vista del magnifico significato di arte italiana che assume questa “tournée”, e nella certezza che la stima e l’apprezzamento mio non sarebbero mutati a suo riguardo, non solo, ma Ella avrebbe guadagnato un titolo per legare a sé la mia gratitudine».

E, infatti, Gianni Pavovich si lascia indurre prendendo parte ai 120 concerti tra Italia, Stati Uniti e Canada nella “tournée” del secolo dell’Orchestra della Scala. Il richiamo all’arte italiana non deve stato l’argomento prevalente visto che il violinista triestino, nato a Smirne , indossò la divisa austroungarica durante la Grande Guerra.

Pavovich nasce a Smirne, in Turchia nel 1897. Allievo a Trieste della scuola di Arturo Vram fino al 1910, completa i suoi studi a Budapest divenendo diretto discendente della scuola ungherese di Franz von Vecsey. Ottiene anche il diploma in violino rilasciato dal conservatorio di Budapest fondato da Liszt sotto la guida del grande violinista Jenő Huba, un allievo di Auer il padre della scuola russa. Arruolato nell'esercito austro-ungarico allo scoppio della Grande Guerra, Pavovich riesce a costituire una piccola orchestra suonando il suo violino anche al fronte. A guerra finita, Pavovich assume il primo leggìo del celebre Quartetto Triestino (prendendo il posto di Augusto Jancovich). Negli stessi anni, fonda a Trieste il Trio Zuccoli-Pavovich-Sigon con Gastone de Zuccoli al pianoforte e Ettore Sigon al violoncello. Negli anni successivi, rientrato a Trieste, alterna l'attività solistica a quella di docente all'Ateneo Musicale (ora Conservatorio "G. Tartini") ove è titolare della cattedra di violino dal 1925 al 1967, a quella di primo violino di spalla nell'Orchestra Filarmonica Triestina (ora Orchestra del Teatro Verdi). Muore a Trieste nel 1982. Il suo violino, firmato da liutaio bresciano Pietro Ranta e datato 1733, fa parte delle raccolte del Museo Schmidl grazie alla donazione di Maria Teresa Portaluri. —



Pancake di ceci con robiola e rucola

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi