Klun e Stagni, versi e disegni ovvero “cubetti di sentimento”

Samuele Editore pubblica “Parole a matita”, libro a doppio binario. Una voce che predilige l’ossimoro e un concentrato di “ottima fumettistica”

“Parole a matita” è una raccolta in versi (Samuele Editore, pag. 270, euro 20), un titolo che già riflette il doppio binario del libro. Perché gli autori, uno poeta (Massimo Klun), l’altro illustratore (Maurizio Stagni), sintetizzano così la complementarietà dell’opera, cioè il fatto che a ogni testo corrisponda un disegno. Decisione presa non senza perplessità, indubbiamente riuscita, ma lo stesso Stagni si chiede se, essendo la poesia una forma artistica piuttosto indipendente, è il caso di affiancarci un’illustrazione. Idea sensata, l’operazione però pare centrare l’obiettivo per una corrispondenza naturale d’intenti, forse anche di stile. Insomma il segno forte di Stagni, segno energico, quasi picassiano in versione fumettistica, si allinea con precisione ai segni e significanti di Klun, ben definiti dallo scrittore Francesco De Filippo in prefazione: «raffreddati e sterilizzati cubetti di sentimento», il che non significa che non ci sia passione. E sofferenza.

Ma la poesia appunto ha bisogno di distanze, senza le quali si rischia di scivolare in retorica. Klun lo sa bene. Lo sa talmente bene che se ne difende subito: “Le poesie che ho scritto / nell’ultimo anno / sono le migliori / che abbia mai scritto / Peccato che... / non siano poesie”. Che cosa sia la poesia è tutto da vedere, ma è certo che Massimo Klun ha un sufficiente senso del ritmo e tutta l’ironia necessaria per evocare dei cortocircuiti. Perché poi la sua voce personale è proprio quella, il contrasto, l’ossimoro, talvolta con una buona dose di ruvidezza, altre con ironia, ma non in stile americano, piuttosto polacco. Basti pensare a un testo come “Necrocomix”, quasi un “Funerale” di szymborskiana memoria. Klun si sposta tra luoghi, tempo e persone, tra poesia civile e poesia confessionale, riesce a coinvolgere proprio per evocazione, per sottrazione si potrebbe dire perché, dice bene De Filippo, poesia è «dire senza svelare. Compostezza espressiva».


Per cui riesce a commuovere l’omaggio a Pavese in “Itinerario”, e riesce a farci sorridere il richiamo al contrario della “Mattina” ungarettiana (che qui recita: “Mi spengo di pochezza”). E a ogni testo fa eco un’immagine a matita o a carboncino il cui stile: «è un disinvolto metabolizzato di ottima fumettistica – osserva Claudio Grisancich nell’introduzione – da Pratt, Dylan Dog, Magnus, Zerocalcare». Non stonano neppure i due autoritratti finali, a matita quello di Stagni, a parole quello di Klun: “segno che si fa”, scrive l’autore “confessione inconfessata / di incolmabili mancanze”, che è anche un’adeguata definizione di scrittura in versi, come insegna Ovidio: molte cose si possono dire con parole celate.



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