Gabriela von Habsburg: «Politica? È in qualsiasi gesto, anche nell’arte»

La principessa, figlia dell’imperatore Otto D’Asburgo, è la curatrice dell’edizione  della Biennale internazionale Donna, in programma a maggio al Magazzino 26



Il suo primo ricordo di Trieste è il castello di Miramare. Ma allora era una ragazzina. Gabriela von Habsburg, figlia dell’ultimo imperatore d’Austria, è oggi un’artista internazionale. Motivo per cui in questi giorni si trova in città quale curatrice della nuova edizione della Biennale Internazionale Donna, che sarà attiva da maggio a luglio al Magazzino 26, Covid permettendo, altrimenti si svolgerà con appuntamenti on line. «La BID si farà in ogni caso», dice la principessa. E sulla curatela della mostra ha le idee chiare: «La cosa più bella di questa nuova edizione è essere riusciti ad elevare la qualità delle artiste. Abbiamo dovuto selezionare tra tante opere differenti, per genere e stile. Anche le esclusioni sono state faticose, tuttavia abbiamo fatto un lavoro importante e intenso, nonostante le tante difficoltà, anche dovute al Corona».


Negli ultimi anni è tornata spesso a Trieste per questioni artistiche, ma prima ha conosciuto la città attraverso la storia della sua famiglia?

«Il primo ricordo di Trieste è curioso. Ero con mio padre Otto in visita al Castello di Miramare, ero ancora una ragazzina e ho in mente mio padre che mi racconta come nella Sala del Trono ci fosse questa grande scatola munita di cornetta, probabilmente un telefono. Quindi papà mi raccontava come già allora, dai suoi ricordi di infanzia, esistessero i telefoni al castello con cui i suoi genitori comunicavano con persone molto lontane. Mio padre era molto affascinato da questa situazione ed è proprio il primissimo ricordo che associo a Trieste».

Lei è figlia di Ottone, ultimo arciduca ereditario d’Austria e d’Ungheria e suo fratello Carlo è l’attuale capo della Casa d’Asburgo, lei però pare restia ad usare i suoi titoli quali arciduchessa, principessa o altezza imperiale...

«Sono cittadina austriaca, mio padre per servire l’Europa rinunciò ai suoi diritti dinastici per cui non potremmo neppure più usare le qualifiche reali. Poi naturalmente quando io dico “Habsburg” le persone associano il mio cognome alla casa reale, tuttavia non mi è mai interessato usare i miei titoli, anche perché li ho semplicemente ereditati. Sono più fiera di quello che ho ottenuto in prima persona, il fatto di essere docente d’Arte all’Università di Tbilisi, in Georgia, o di essere ambasciatrice, sinceramente sono più orgogliosa di questo rispetto al mio titolo di Altezza reale».

Il suo è sempre stato un temperamento artistico, prima con la musica e poi con la scultura, è stata allieva di Robert Jacobsen, cosa le ha trasmesso?

«Ho avuto la fortuna di incontrare dei grandi maestri, da cui ho imparato tantissimo. Per me ciò che conta è riuscire a comunicare alle nuove generazioni ciò che io ho appreso ed è il motivo per cui mi sono dedicata all’insegnamento. Credo sia un obbligo morale trasferire questo sapere anche negli altri».

La Biennale è uno spazio creativo che ci restituisce anche a una riflessione sull’attualità. Quali sono i problemi più urgenti?

«Uno di questi è il fatto che le donne riescano ad affermare le proprie idee in maniera efficace. È uno degli aspetti che ritengo più necessari, l’affermazione della donna in ogni area del mondo, non solo in Europa».

Quali sono i criteri con cui ha selezionato le artiste della BID?

«Come dicevo innanzitutto la qualità, certo esiste una qualità oggettiva, ma anche un gusto personale. Quello che ho tentato di fare quindi, tra tante opere così diverse, è trovare un codice comune nella differenza, un fil rouge sul tema delle “Trasformazioni silenziose”»

Lei si è impegnata anche a livello politico, insomma una vita per l’arte e per l’Europa?

«Io non distinguerei, tutto è politica. Uno dei ricordi più vividi che ho da bambina, quando ci sedavamo tutti a tavola, è mio padre Otto che ripeteva: “Non voglio parlare d’altro che di politica, perché è dalla politica che si definiscono le cose”, diceva proprio così, quindi ho sempre vissuto la dimensione politica come la più importante. Che tu faccia arte, che tu sia con i tuoi figli o che ti impegni in altri settori, comunque tutto è politica perché abbiamo un dovere sociale e dobbiamo essere responsabili della nostra posizione all’interno della società. Qualsiasi nostro gesto è politico». —

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