Contenuto riservato agli abbonati

Tra le scritte cancellate di Ugo Guarino noi ancora “Vogliamo il pane e le rose”

La scritta di Ugo Guarino che ancora campeggia all'ex Opp di Trieste

Ne resta solo una, oggi protetta dalla Sovrintendenza: “La verità è rivoluzionaria”

Cara Trieste,

era da tanto tempo, non ricordo più da quanto, che non vivevo sensazioni così dolci e belle passeggiando per i tuoi luoghi. A dire il vero non è che tu sia cambiata o migliorata, anzi forse certe cose sono oramai perse, ma vivere distante, a Dublino, e tornarci per qualche settimana mi fa viverti in maniera diversa. Ho dimenticato le cose piccole e fastidiose, normali quando si vive una città giorno per giorno, cose che in passato mi facevano male. Per la prima volta da molto tempo ti vivo con leggerezza e con affetto.

Tra i luoghi triestini ai quali mi sto riavvicinando in maniera diversa e riprendendone le sensazioni che mi ha dato, c’è il Parco di San Giovanni, quello che una volta era il Manicomio. È un luogo che da bambino, pur vivendoci nei pressi, era qualcosa di molto distante, di estraneo. Era qualcosa di separato dalla città, e ne rimase distante per molti anche dopo la rivoluzione basagliana. Per molti lo è ancora. Poi quel luogo e la sua storia mi affascinarono grazie a Ugo Guarino che conobbi e frequentai a Milano. Era piacevole andare da lui una o due volte al mese al Corriere della Sera dove lavorava, vederlo disegnare la sua vignetta che giornalmente veniva pubblicata, e poi andare con lui a cena e stare ad ascoltare i suoi racconti sulle cose che aveva vissuto a Trieste, Milano e New York. E Ugo mi parlava spesso della Trieste che viveva oramai da distante, nei ricordi.



Mi raccontò di come dopo essersi stabilito a Milano rimase colpito dal libro di Basaglia “L’istituzione negata”, anche perché sua madre, Rosa Gracalich, a San Giovanni a volte veniva ricoverata. Decise allora di tornare a Trieste. Ci rimarrà un anno per poi riallontanarsi nuovamente.

Si presentò da Basaglia che non lo calcolò troppo e lo mandò al padiglione M, dove gli ex degenti si dedicavano alla pittura. Lì venne bloccato sulla porta da un omone grande e grosso, un certo Babuder che lo fermò e per permettergli di entrare gli chiese di disegnare un cavallo, cosa che Ugo fece in un minuto lasciandolo di stucco. Così lo fece accomodare e iniziò la sua esperienza legata a San Giovanni.

Passeggiando per il parco ricordo la scritta fatta da Ugo “La libertà è terapeutica”, frase simbolo che ha fatto il giro del mondo. Gran parte delle scritte e dei disegni di Ugo, come del resto succede spesso ai murales, sono sparite ma riguardo questa ricordo una piccola storia. Quando gli chiesi di raccontarmi di quella scritta lo vidi commuoversi e mi disse che avrebbe voluto tanto venire a Trieste per darle una ripassata con la pittura e firmarla, perché ne era orgoglioso. Lo raccontai ad uno dei responsabili della struttura e la risposta fu che sarebbe stata cancellata perché il palazzo su cui si trovava era in via di restauro. Lo raccontai a Ugo che mi disse, alla Dedalus, “Amo Trieste, ma solo vista de lontan”.

Passeggio per il parco e passano dentro alla mia testa le scritte ed i disegni di Ugo che non ci son più, quelli che avevo visto e che sono spariti e quelli che ho conosciuto solo dai suoi racconti. Vicino al teatro, sul muretto grigio, dieci anni fa si intravedeva la scritta “Venga a prendere l’elettrochoc da noi. Firmato Pinochet”. Ora è sparita, come non ci sono più le scritte “Vogliamo il pane e le rose” e il dipinto della gita in aereo del 1975 e diverse scritte fatte a terra. Salgo lungo tutto il parco e all’uscita in alto mi ricordo di un’altra tra le tante storie che mi raccontò Ugo, questa volta sulla scritta “Cile dentro una camicia nera di forza”. Mentre stava finendo di dipingerla vide un uomo fuori dal cancello che gli diceva qualcosa ma egli non riusciva a sentirlo. Gli disse di entrare e questi si presentò quale ispettore provinciale dicendogli che avrebbe dovuto coprire la scritta. Vicino a lui un ex degente con un secchio di pittura che, imbarazzato, la cancellò. Se ne andarono ma Ugo in un quarto d’ora rifece la scritta. L’ispettore tornò e “il matto”, come bonariamente lo chiamò Ugo raccontandomi la storia, si scusò con lui per doverla ricancellare ma egli gli disse “ordini xe ordini, la fazi che mi rifazo”. Di tutte le scritte oramai ne resta solo una, proprio su una parete del padiglione M: “La verità è rivoluzionaria”. Per fortuna ora è protetta dalla Sovrintendenza e speriamo venga anche protetta dal consumarsi con il tempo.

Ecco, oramai trovo una affinità con Ugo, con Dedalus, con Joyce, con tante persone che conosco e che hanno lasciato la propria città. Percepisco che quando si torna nei luoghi che hanno fatto parte della propria vita, riaffiorano solo le cose belle, i legami del passato con persone che magari non ci sono più e si vive e respira la propria città in modo diverso, in maniera che forse non c’è mai stata quando la si viveva giorno per giorno. Capita, tornandoci, che venga la tentazione di rimanerci, ma si ha coscienza che poi riaffiorerebbero le cose che hanno fatto male.

Allora, tra un po’ me ne torno via perché l’amore spesso rifiorisce dalla distanza e, cara Trieste, ti voglio bene.

Con affetto

Fulvio

© RIPRODUZIONE RISERVATA
 

Pancake di ceci con robiola e rucola

Casa di Vita
La guida allo shopping del Gruppo Gedi