I fantasmi del pianeta rosso “Perseverance” sulle tracce della vita che forse c’è stata

Del tradizionale colore si è illuminata anche la punta dell’Empire State Building di Manhattan ma le prime immagini scattate dal veivolo atterrato nel cratere Jezero virano verso l’ocra 

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Si è illuminata di rosso anche la punta dell’Empire State Building, lo storico grattacielo nel cuore di Manhattan, per l’arrivo su Marte del rover “Perseverance”. Rosso come il colore che in cielo distingue Marte, intitolato al dio della guerra. Un colore dovuto alle sue rocce ricche di ferro, che si ossida e si trasforma in ruggine polverosa che si diffonde sulla superficie. Da cui l’appellativo di pianeta rosso.

Ma da vicino, come ci dicono le immagini scattate dai veicoli atterrati su quel pianeta, prevale un color ocra, con sfumature dal marrone al verdastro. Sono i colori di un deserto pietroso e arido che 4 miliardi di anni fa, all’inizio della sua storia geologica, presentava invece fiumi e vasti bacini idrici, prima che la ridotta gravità di un pianeta più piccolo della Terra lasciasse sfuggir via i componenti leggeri dell’atmosfera (è rimasta quasi solo l’anidride carbonica) e facesse evaporare tutta l’acqua, con l’eccezione di quella congelata ai poli assieme al ghiaccio secco. “Perseverance” è sceso appunto – con una manovra acrobatica come il suo predecessore “Curiosity” nel 2012 – in uno di questi antichi bacini idrici: il lago Jezero, una struttura circolare del diametro di 45 chilometri poco a nord dell’equatore. Le ruote cingolate del rover si trovano ora a circa un chilometro dal delta formato da un fiume che in tempi remotissimi sfociava nel lago. Anche se non mancano tuttora geologi i quali ritengono che quei letti disseccati e quei bacini fossero in realtà riempiti di lava anziché d’acqua.

Se il cratere Jezero era un tempo davvero un lago, allora potrebbe aver conservato, nel suo fondale e nei depositi del delta del fiume immissario, le tracce fossili (le cosiddette “biosignatures”) di microrganismi primordiali contenuti nei materiali argillosi e nella silice idrata. E magari delle stromatoliti costruite dal lavorìo millenario di cianobatteri, simili a quelle della Groenlandia e dell’Australia, che costituiscono le tracce più remote di vita sul nostro pianeta, risalenti a 3,8 miliardi di anni or sono.

Con le sue raffinatissime telecamere, i suoi spettroscopi, il suo trapano, “Perseverance” è dunque un rover astrobiologico, dedicato soprattutto alla ricerca di una possibile antica vita marziana? «Andiamoci piano - avverte Fabrizio Fiore, neodirettore di Inaf-Osservatorio astronomico di Trieste, che accanto a buchi neri e raggi gamma segue con attenzione l’evoluzione delle tecnologie spaziali -. Fino ad ora le missioni Nasa su Marte sono state gestite essenzialmente da geologi e geofisici. E i rover si sono limitati a grattare la superficie del pianeta. Se in passato su Marte si sono formate forme elementari di vita, queste non possono che trovarsi nel sottosuolo, dove non arriva l’azione sterilizzante dei raggi cosmici. “Perseverance” rappresenta un passo avanti, in questo senso, ma il suo trapano arriverà a pochi centimetri di profondità».

E allora? «Allora bisognerà puntare su ExoMars, il veicolo dell’Esa, l’Agenzia spaziale europea, che partirà l’anno prossimo con un rover capace di perforare il suolo marziano fino a due metri di profondità - aggiunge Fiore -. Quello sarà il momento davvero importante per la ricerca biologica su Marte. Ricordiamo che la Nasa inviò su Marte nel 1976 due veri e propri laboratori biologici con le due sonde Viking, che erano in grado di analizzare il materiale raccolto. I risultati sono stati negativi per la presenza di forme di vita, ma con margini d’incertezza».

ExoMars è un progetto guidato dall’Italia, che copre il 40 per cento dei costi. Doveva partire l’anno scorso e arrivare su Marte in queste settimane – approfittando della favorevole distanza tra la Terra e il Pianeta Rosso – assieme al rover americano e alle altre due sonde che si sono inserite in orbita: quella degli Emirati arabi uniti e quella della Cina (che in primavera depositerà anch’essa un rover sul suolo di Marte). Ma ha avuto gravi problemi: prima il ritiro dal progetto degli Stati Uniti, sostituiti dalla Russia; poi difficoltà tecniche nel sistema di discesa. Da qui il forzato doloroso rinvio di due anni.

Aggiunge Fabrizio Fiore: «C’è un altro aspetto della missione “Perseverance” che mi lascia perplesso. Il rover, nel corso dei suoi due anni terrestri di vita operativa, dovrà raccogliere una serie di campioni che verranno via via inseriti in 43 contenitori al titanio e distribuiti lungo il suo percorso. Tra dieci anni è previsto il lancio di un altro rover che avrà il compito di raccogliere questi contenitori e di lanciarli in orbita, dove verranno ricuperati e portati a Terra da una sonda dell’Esa. Queste altre due sonde sono tuttora sulla carta. Il tutto mi dà l’impressione di un’operazione inutilmente diluita nel tempo in attesa di fondi che al momento non ci sono».

Nasa, Esa, Cina. Sono questi al momento, in grandi attori sulla scena marziana. Ma nel prossimo futuro? «Io mi aspetto novità da Elon Musk e dalla sua Space X - conclude Fiore -. Pensiamo alla capacità raggiunta dalla sua società di ricuperare i booster dei razzi Falcon facendoli atterrare su una piattaforma marina automatica. Perché non pensare che questa tecnologia possa venire impiegata per la discesa su Marte? E i privati possono avere tempi molto più rapidi della Nasa».—





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