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La scure del fascismo sulle logge a Trieste

Il 5 novembre 1925 il prefetto Moroni inviò i carabinieri a sequestrare carte e arredi del Grande Oriente mentre le squadre capitanate da Lupetina assaltavano il tempio al Ridotto del Teatro comunale

TRIESTE Conclusa la grande guerra, le vecchie classi dirigenti di Trieste d'orientamento massonico si trovarono ad affrontare una realtà locale e uno scenario internazionale completamente mutati. L'auspicata redenzione era finalmente giunta e, con essa, la necessità di ritagliarsi uno spazio nell'incerto panorama politico che andava profilandosi.

La massoneria triestina, tanto connessa al partito liberal-nazionale che sarebbe difficile affermare con sicurezza quale dei due fosse il corpo e quale l'appendice, nel periodo asburgico aveva funzionato da laboratorio culturale, collante organizzativo, agenzia di reclutamento dei quadri e degli idonei a entrare nel circuito fidato del patriottismo.



Tornati in città, gli spodestati reggitori del Comune, che negli anni addietro erano stati internati dalle autorità austriache o erano emigrati nella penisola, cercarono con fatica di ricollocarsi. Un'ala del raggruppamento liberale diede vita a un partito chiamato il Rinnovamento, dal programma democratico e dalla vena conservatrice, che ebbe però vita effimera. Costituito il 30 ottobre 1918 un comitato di salute pubblica, di lì a breve il potere fu trasmesso al governatore generale Petitti di Roreto, che l'anno seguente delegò le competenze a un commissario civile.



Nel frattempo sorsero due logge all'obbedienza del Grande Oriente d'Italia: l'Alpi Giulie e la Guglielmo Oberdan. Quasi in simultanea ne apparve una terza: la Trieste redenta, posta sotto l'egida della scismatica Gran Loggia d'Italia. A erigere le colonne della Guglielmo Oberdan il 15 dicembre 1918 furono nove fratelli, tra cui il torinese Giacomo Treves, che fece da anello di congiunzione tra l'arcipelago massonico e Gabriele D'Annunzio nell'impresa fiumana.



All'indomani del primo conflitto vi fu un ingresso tumultuoso di nuovi adepti nel Grande Oriente. Le liste dei membri delle officine di Trieste confermavano, nel loro piccolo, l'impennata d'adesioni alla libera muratoria nella fase postbellica.

L'Alpi Giulie contava settantacinque iscritti, tra cui impiegati, medici, reduci, insegnati, marittimi, negozianti, ingegneri, ferrovieri, studenti, tecnici e avvocati. Uno spaccato che ribadiva la natura borghese dell'istituzione, anche se in passato non erano mancate, soprattutto in area toscana, logge composte da manovali, facchini e lavoratori di fatica, compresi fuorusciti dal Litorale.



Molti erano i camici bianchi, in linea con una tendenza già invalsa nell'Italia unita che avrebbe continuato a caratterizzare la società triestina del secondo Novecento, dove le affinità elettive fra medicina e libera muratoria sarebbero durate pertinaci. Gli ufficiali dell'esercito formavano uno spicchio di riguardo, riflettendo il generale aumento degli specialisti delle armi nelle file massoniche a partire dalla guerra di Libia. L'ossatura della loggia era costituita dai circa quarantenni, ma solo ventotto sul totale erano originari della città di San Giusto.

Nella Guglielmo Oberdan erano rappresentante le medesime professioni e le stesse fasce anagrafiche. Oltre all'omogeneità sociale, spiccava nei due elenchi la quantità di cognomi ebraici, circostanza non stupefacente, visto lo stretto connubio che sin dalla concessione in Piemonte dello Statuto albertino nel 1848, che aveva emancipato gli israeliti, si era creato fra ebraismo e patriottismo, sia nella penisola sia nel porto adriatico.

Se un altro comun denominatore di tanti fratelli era la scelta interventista, più di rado l'affiliazione si coniugava con la passione per l'esoterismo e le discipline di frontiera, come nel caso dell'insegnate Menotti Belgrano, personaggio vicino alla Società Teosofica, accolto trentanovenne nella Oberdan nel 1921.

Più il fascismo cresceva di dimensioni e consenso, più l'orizzonte s'incupiva per la libera muratoria. Mussolini l'avrebbe all'inizio usata, quindi combattuta, infine bandita, sebbene delle camicie nere d'alto rango e individui in procinto d'occupare punti strategici nello stato totalitario avessero dei trascorsi – e non di rado un presente – da massoni.

La scure fascista s'abbatté inesorabile sulle logge nel 1925, quando, a seguito di un fallito attentato al duce, in realtà eterodiretto dalle frange intransigenti del regime, esse divennero il bersaglio preferito dei camerati. Il 5 novembre il prefetto di Trieste Amedeo Moroni, incalzato dal ministro dell'Interno, inviò i carabinieri a sequestrare gli arredi e le carte delle logge del Grande Oriente, risparmiando quelle della Gran Loggia, il cui gran maestro, Raoul Palermi, si era dimostrato un acceso fiancheggiatore del fascismo.

Anche il Grande Oriente aveva in principio parteggiato per Mussolini, se non altro a motivo dell'acerrimo nemico in comune: il bolscevismo, ma tale convergenza d'interessi non bastò a salvare la fratellanza dalle persecuzioni. Trieste conobbe infatti una spietata caccia al massone, destino condiviso da numerose città del regno.

In contemporanea con l'azione poliziesca, le squadre capitanate dal malfamato Carlo Lupetina, che cinque anni prima era stato uno dei protagonisti dell'incendio dell'Hotel Balkan, diedero l'assalto alla sala adibita a tempio che si trovava nel ridotto del Teatro comunale di piazza Verdi. Il giorno successivo “Il Piccolo” diede conto dell'accaduto, illustrando le collusioni e i presunti attriti tra forze dell'ordine e manganellatori. Lupetina, processato con l'accusa d'offesa a pubblico ufficiale, fu assolto per insufficienza di prove.

Paradossalmente, le officine del Grande Oriente avevano da poco abbandonato i locali del teatro, ove era rimasto il solo nucleo dipendente dalla Gran Loggia, che fu pertanto la vittima non designata ma effettiva dell'incursione fascista. Non per questo le prime scamparono dal pericolo: la violenza dei picchiatori in fez si riversò subito dopo sulle abitazioni e sugli studi dei suoi aderenti.

La legge n. 2029 del 26 novembre 1925 sulla Regolarizzazione dell'attività delle Associazioni, Enti ed Istituti, passata in senato con 182 “sì”, 10 “no” e una manciata di astensioni, tra cui quella di Benedetto Croce, pose termine ai contrasti tra fascismo e massoneria, colpita di fatto dal provvedimento liberticida.

Quattro giorni prima il gran maestro Torrigiani aveva sciolto le logge del Grande Oriente d'Italia. La massoneria triestina si eclissò dal panorama associativo nazionale, costretta all'esilio o a problematici mimetismi. Come la fenice, sarebbe risorta dalle proprie ceneri a liberazione avvenuta, riappropriandosi dell'abituale veste di custode dei valori della patria, che fino al 1954 significò battaglia per il ritorno in seno all'Italia della città giuliana, in bilico fra i mondi occidentale capitalistico e orientale comunista. —

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