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Esodo, Codarin e i “rimasti”: «Superate le diffidenze e riannodati i rapporti. Oggi il dialogo è aperto»

Il presidente dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia traccia un bilancio a 17 anni dal varo della legge che commemora l’esodo 

TRIESTE Sono trascorsi diciassette anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, che commemora i massacri delle foibe e l’esodo giuliano dalmata. La legge numero 92, che vide un superamento della divisione tra le forze politiche, fu approvata a larghissima maggioranza dai due rami del Parlamento il 30 marzo 2004. La data scelta per le celebrazioni è il 10 febbraio di ogni anno, giornata in cui nel 1947 venne firmato a Parigi il Trattato di pace, in cui fu decisa la perdita di Istria, Fiume, Zara e isole quarnerine.

Ne parliamo con Renzo Codarin, presidente nazionale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia.



Come viene vissuto il Giorno del ricordo nella nostra regione e nelle altre parti d’Italia?

«Ovviamente ci sono differenze, perché a Trieste e Gorizia dove la percentuale di esuli istriano-dalmati è elevata la ricorrenza è sentita. Molto meno nel resto del Paese, dove a ricordare sono soprattutto gli esuli nei loro sodalizi. Però le cose sono cambiate dopo l’istituzione del Giorno del Ricordo. Prima la questione era ignorata da grandissima parte dell’opinione pubblica, oggi invece le foibe e l’esodo non sono più oggetti misteriosi, fastidiosi episodi post bellici, ma appartengono a pieno diritto alla storia del nostro Paese. E lo si deve alla politica, alla stampa, alla scuola».



Qual è lo stato di salute delle Associazioni degli esuli alle quali ha accennato?

«Purtroppo sono diminuiti drasticamente gli associati, per ragioni anagrafiche, e i figli e i nipoti di coloro che erano venuti via si sono assimilati, talvolta anche per colpa degli stessi esuli che non li hanno coinvolti. Però, anche in questo caso, il Giorno del Ricordo ha modificato la situazione perché molti dei figli e nipoti degli esuli si sono come risvegliati, hanno cominciato a interessarsi delle vicende dei loro cari. E non soltanto loro, anche i concittadini: molti Comuni hanno voluto conoscere le nostre vicende, hanno cercato le testimonianze di coloro che le hanno vissute per cui i Comitati e le Delegazioni sono stati coinvolti».



A questo interesse ha contribuito anche la caduta del muro, dei confini e delle ideologie?

«Certamente, lo sblocco ideologico ha fatto sì che si comprendesse, come ho detto, che si tratta di storia d’Italia non di una parte politica. E ribadisco che proprio il Giorno del Ricordo ha fatto nascere una nuova consapevolezza in tutto il Paese. Prima, oltre a Trieste, Gorizia e alla nostra regione, ne erano consapevoli le grandi associazioni a Roma, a Milano, a Venezia anche per la presenza di personaggi di prestigio come Missoni, che ne parlavano, ma per il resto poco si sapeva».

Quali i momenti più significativi vissuti in questi diciassette anni dalla istituzione del Giorno del Ricordo?

«Sono stati tanti, perché tante sono state le manifestazioni che si sono svolte in tutto il Paese. Su tutti, quelli che hanno visto protagonisti Presidenti della repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, Giorgio Napolitano e Sergio Mattarella: ricordo il concerto “Le vie dell’amicizia” diretto da Riccardo Muti a Trieste il 15 luglio 2010 con Napolitano e i Capi di stato sloveno e croato, Danilo Turk e Ivo Josipovic. Ricordo il 13 luglio dello scorso anno quando Mattarella e il suo collega sloveno Borut Pahor hanno sostato mano nella mano per un minuto davanti alla Foiba di Basovizza. Un gesto di pace storico. Una cerimonia congiunta che ha segnato una tappa fondamentale nei rapporti tra Italia e Slovenia, ma non solo: Pahor è stato il primo presidente di uno dei Paesi nati dalla disgregazione della ex Jugoslavia a commemorare le vittime italiane delle foibe».

Questo significa che si sono consolidati i rapporti con Croazia e Slovenia?

«Dopo che entrambe le repubbliche sono entrate nell’Unione europea sono buoni, soprattutto quelli con la Slovenia».

E come sono i rapporti con i rimasti oltre confine?

«Oggi sono ottimi. Le diffidenze degli inizi sono state quasi superate perché ci si è resi conto che loro hanno salvaguardato quel poco di italianità rimasta in quei territori. E quei rapporti che si erano riannodati per ragioni familiari hanno cominciato ad essere fatti propri anche dalle associazioni degli esuli che hanno trovato nelle Comunità degli italiani degli interlocutori interessati e aperti. Non solo, durante le guerre balcaniche i primi aiuti della Croce Rossa per Zara furono raccolti da Edda Catich, esule zaratina, scomparsa nel 2017 e vi furono anche altri episodi analoghi».

In proposito l’associazione Venezia Giulia e Dalmazia di Udine, capeggiata dal compianto ingegner Cattalini, organizzò la prima crociera in Dalmazia fino a Ragusa-Dubrovnik per rilanciare il turismo sull’Adriatico orientale dopo la guerra.

«È vero, oggi noi organizziamo oltre confine raduni e manifestazioni, non siamo più stranieri».

Quindi il bilancio di diciassette anni dall’istituzione del Giorno del ricordo è positivo?

«Sì, anni fa non lo speravo. Come ho detto più volte, oggi finalmente in Italia si sa che cosa sono le foibe e l’esodo. E su questi temi coinvolgiamo i giovani, ovviamente in una prospettiva europea di apertura nel rispetto della verità storica».

Dolenti note invece sui beni abbandonati?

«Sì, è tutto fermo. L’ultimo incontro in materia è stato fatto con il governo Renzi, poi nulla anche se abbiamo buoni rapporti con vari ministeri, Esteri, Pubblica Istruzione, Beni culturali, la legge sulla rivalutazione è ferma». —


 

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