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Anche Fellini lavorò alla “Città dolente”, la prima docufiction del cinema dell’esodo

Il film del 1949 di Mario Bonnard mantiene un interesse e una forza che vanno oltre l’aspetto propagandistico

POLA “Pola città chiusa”. Poteva forse essere questo un titolo più appropriato (in contrasto con “Roma città aperta”) per “La città dolente” (1949) di Mario Bonnard, unico film di finzione a raccontare in senso stretto l’esodo che nel 1947, dopo il trattato di Parigi del 10 febbraio, svuotò Pola (30mila esuli su 32mila residenti). Del resto “La città dolente” si apre con una struggente panoramica che allude proprio al legame storico e culturale fra le due città: “Questa è Pola – recita un’enfatica voce fuori campo – adagiata su sette colli a somiglianza di Roma”.

Ma a differenza di “Roma città aperta”, film capostipite del Neorealismo che tanta fama portò al cinema italiano, “La città dolente” fu invece il capostipite di un filone presto scomparso (al pari della presenza italiana in Istria), il cosiddetto “Neorealismo di confine”, che poi solo con qualche titolo documentò il dopoguerra della frontiera orientale.



È una storia di oblio quella dell’Istria, e anche quella del cinema a essa legato. Ma se i rari film “istriani” sono per lo più dimenticati, invece “La città dolente” è diventato col tempo quello sempre più apprezzato, riproposto ai Mille occhi di Trieste e alla Mostra di Venezia: il film tuttora più emblematico per riflettere sulla Giornata del ricordo.

Proprio alla pellicola di Bonnard viene ora dedicato il primo libro, “La città dolente. Il cinema del confine orientale” (Alcione, pagg. 207), da parte del giornalista veneziano Alessandro Cuk, autore da anni di iniziative e pubblicazioni sul cinema giuliano-dalmata. Nonostante il ben diverso destino da “Roma città aperta”, Cuk ricorda che “La città dolente” condivide con il capolavoro di Rossellini diversi aspetti importanti del grande cinema italiano di quel periodo, a partire dallo sceneggiatore Federico Fellini. E la genesi del film, che come ogni opera neorealista deriva dal drammatico vissuto di quegli anni, è tutta da raccontare.

Progettato nel 1947, realizzato nel 1948, uscito in ritardo, depotenziato, nel 1949 forse per opportunità politica (perché Tito aveva rotto intanto con Stalin), “La città dolente” risulta “un affresco attendibile” (Cuk) dell’esodo e di quegli anni difficili. Fondamentale fu l’apporto di un giovanissimo operatore, Gianni Alberto Vitrotti (“Bora su Trieste”), che insieme al fratello Franco aveva raggiunto via mare Pola per documentare l’esodo, dopo aver già filmato per primo il recupero delle salme dalle foibe del Carso. Collaboratore da Trieste della Associated Press, Vitrotti a Pola si sistema nell’ospedale cittadino e per tre mesi riprende tutto ciò che accade alla popolazione italiana. Il materiale raccolto viene via via spedito a Roma al padre Giovanni Vitrotti, storico operatore cinematografico, che ne parla col regista veterano Mario Bonnard. Questi si interessa subito alla storia, scrive il soggetto e coinvolge la Scalera, la casa di produzione storicamente più attenta al Nordest, con propri studi a Venezia, che aveva già girato “Alfa Tau!” e “Marinai senza stelle” a Trieste. Bonnard gira “La città dolente” in studio a Roma, ma utilizza lunghe sequenze dei filmati dei Vitrotti e del documentarista Enrico Moretti. Si vedono gli sfollati di ogni ceto e ogni età che salgono “dolenti” sulla motonave Toscana per raggiungere l’Italia, oppure le lunghissime code davanti ai negozi per avere una manciata di chiodi con i quali imballare le casse prima di partire. Su questa eccezionale base documentaria, si innesta la vicenda in chiave melodrammatica scritta da Fellini con Aldo Debenedetti e Anton Giulio Majano, che narra di Berto (Luigi Tosi), operaio italiano di Pola che, convinto da un collega comunista, nonostante anche la moglie voglia partire col figlioletto, decide di restare. Diventa l’amante di Lubitza, funzionaria jugoslava, ma presto cambierà idea sul nuovo sistema. Disilluso, ribelle, rinchiuso in un campo di rieducazione, farà una fine tragica fuggendo per raggiungere la moglie, che vediamo miseramente accampata in Italia. Curiosa è la partecipazione di Fellini, che aveva esordito come sceneggiatore proprio con un film di Bonnard (“Avanti c’è posto…”, 1942). Nei primi mesi del 1948 il 28enne futuro Maestro è per tre settimane a Trieste e dintorni con Tullio Pinelli. Devono scrivere “La ragazza di Trieste”, un film voluto dal produttore americano David O. Selznick per la polesana Alida Valli, regista Mario Soldati. Il film non si farà, ma intanto Fellini e Pinelli per raccogliere idee sconfinano in Zona B fingendosi giornalisti svizzeri. Un “viaggio pieno di avventure” (Kezich), che sarà stato di sicuro utile a Fellini per la sceneggiatura de “La città dolente”, dove oltretutto la nostalgia degli esuli per Pola forse si mescola alla sua per la natìa Rimini. “La città dolente” si avvale inoltre della fotografia di Tonino Delli Colli, futuro operatore di Pasolini, Bellocchio e Leone. E si fa ricordare, nel ruolo della carismatica Lubitza, l’attrice americana Constance Dowling, famosa poi per la tormentata relazione con Cesare Pavese.

Pur nato in un contesto di tensione geopolitica, “La città dolente” è dunque un film che mantiene un interesse e una forza che vanno oltre l’aspetto propagandistico. Anticipando il docufiction, secondo Cuk racconta una storia lontana con strumenti e stile moderni. E appare oggi come un fondato invito a riflettere sul passato. —

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