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Lì alla Sacchetta i pensieri inseguono il profumo del mare tra le barche

La Sacchetta

D’inverno quel friccicorio riempiva le narici, mentre le guance diventavano paonazze 

TRIESTE Da sempre in favore della parità di genere, mi trovo ora a combattere per la parità di luogo. Come si può discriminare un luogo favorendone un altro? Lo stesso Umberto Saba diceva “la mia città che in ogni parte è viva”, ma lui, forse a causa del suo carattere pensoso e schivo, il cantuccio a se fatto l’aveva trovato, ma per chi come me apprezza avere degli scambi sociali, la scelta non è poi così scontata. Mi spiego, il sommo poeta amava ritirarsi, stare sovente in luoghi isolati per dedicarsi al rischiarare quegli annuvolamenti di pensieri tipici di scrittori e poeti, cosa che non posso negare mi capiti, anche se non assiduamente tanto quanto il sommo. La ricerca del mio luogo del cuore quindi, ha fatto scorrere nella mia mente una carrellata di luoghi che si divertono a rincorrersi e a fare capolino alternandosi ai ricordi. Che tipo di luogo bisognerebbe prediligere? Forse i luoghi dell’infanzia? Quindi il rosso del sommacco dell’altopiano, ricordo della scuola elementare e dei nonni? La piccola Parigi con le corse in bicicletta e le mie camminate furtive sui tetti di quelle che dicono essere state le stalle di Napoleone? Quanto adoravo sentirmi libera di guardare il mondo da lassù.

Oppure i luoghi delle prime uscite con gli amici, come per esempio i bagni ai Topolini, o i frappé al bar Alpino con le prime lire in tasca, dopo le lezioni di violino al conservatorio Tartini. Come posso non pensare al grosso cancello arrugginito di via Parini, dietro al quale si trova la sede del gruppo Scout dove ho trascorso ben diciassette anni della mia vita, dilettandomi nei giochi da giovane esploratrice. Indimenticabile poi il privilegio di sfrecciare con la mia Vespa Cinquanta all’interno del giardino di Miramare, piccola concessione datami dal lavorare al Parco Tropicale situato nelle storiche serre del castello. Poter entrare e uscire sul mio bolide, mi faceva spuntare un sorriso sornione sotto i baffi, appena ventenne, mi divertivo a far rombare il mio potente mezzo in un luogo così aristocratico, assaporando il piacere di tale libertà a dispetto dei poveri vecchi padroni di casa, costretti a lasciare quel domicilio a causa di forza maggiore.

Forse luogo del cuore è via Ciamician, con quel suo scorcio mare dal sapore antico, nel quale lo stesso Saba viene ritratto a passeggiare e che mi rasserenava i pensieri risalendo via Tigor, mentre andavo a fare gli esami all’Università? Come non considerare poi piazza Cavana e piazzetta Barbacan che per molto tempo sono state le vie verso casa, la casa in cui Italo Svevo aveva ben pensato d’ambientare quello che viene considerato il suo esordio letterario: “L’assassino di via Belpoggio”. Tralasciare i teatri la Contrada e il Rossetti, sulle cui assi ho esordito? Sarebbe come tralasciare parte stessa del mio cuore. La verità e che la mia città è essa stessa luogo del cuore, in tutte le sue parti, indistintamente, ma qual è la sua essenza, quel qualcosa che la distingue e che la rende unica? Trieste è prima di tutto la salsedine tra i capelli, la Bora che brucia il viso, le onde che tolgono il respiro, il tramonto che fa traboccare lo sguardo lasciandolo fluire fino al petto.

Qual è dunque quel luogo che racchiude tutto questo? Dove si incontra il mare con il vento, creando al calar della sera i più incredibili giochi di porpora? Alla Sacchetta. Vivendoci a pochi passi e avendo un amico a quattro zampe, tre volte al giorno mi dovevo dedicare alla doverosa passeggiatina ed è proprio in quell’occasione che mi sono innamorata della Sacchetta. Camminare su quei masegni ottocenteschi (purtroppo per lo più sostituiti), mi dava un’immensa gioia, perché lì non c’erano passanti e potevo furtivamente togliere il guinzaglio al mio amico quadrupede e godermi la sua gioia nella breve libertà concessa, mentre correva su e giù come un matto, allargando le narici per assaporare il profumo del mare. In quei momenti di quiete, mi concedevo di lasciar andare i pensieri, per riempirmi gli occhi di quel dondolio ipnotico che solo gli alberi delle barche a vela sanno creare. Per non parlare di quel sibilo creato dal vento: passando tra le corde era come se mi volesse sussurrare qualcosa, forse semplicemente ricordarmi la sua presenza, o cantarmi una surreale ninnananna. A volte, quando arrivava la Bora, sembrava che le barche si inclinassero così tanto da poter addirittura roteare sottosopra e ritornare a galla.

D’inverno quel friccicorio pungente mi riempiva le narici e mentre le guance diventavano paonazze, gli occhi luccicavano, facendo fatica a restare aperti. Questo è il mio distillato di Trieste, quella sensazione che un po’ in ogni luogo possiamo assaporare, ma che in questo si condensa. Mi piace pensare che qui, Saba, come descritto da Magris, guardando il mare pensi alla sua Trieste come a una donna, un’amante indocile e aspra come un ragazzaccio, da cui non riuscirsi a separare e a cui dedicare le parole: “Dimmi tu addio, se a me dirlo non riesce. / Morire è nulla; perderti è difficile”. –

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