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I collaborazionisti di Trieste, i volenterosi alleati dei nazisti spariti dalle pagine di storia

Trieste 1944. A sinistra, il supremo commissario del Litorale Adriatico, Friedrich Rainer, a destra il prefetto Bruno Coceani

Nei 599 giorni di occupazione tedesca iniziata dopo l’8 settembre la città fu teatro di atrocità perpetuate grazie a una fitta rete di delatori e fiancheggiatori ammaliati dalla propaganda 

TRIESTE Il giorno dopo il ribaltone dell’8 settembre, i nazisti, che erano già pronti all’azione, entrano a Trieste la sera del 9 settembre “dopo breve lotta e 90 mila italiani disarmati”, annuncia Radio Berlino. Comincia così una pesantissima occupazione militare che durerà fino al primo maggio del ’45, venti mesi di terrore perché – spiega lo storico Marco Coslovich (“Il confine orientale. Una storia rimossa” in “I Viaggi di Erodoto”, numero 34 del 1998) – viene applicata la direttiva di Hitler del 18 agosto 1942 che prevede lo «sterminio». L’Istria è messa a ferro e fuoco; tra ottobre e novembre ’43 vengono eliminati 2000 partigiani, uccise 2500 persone inermi, arrestate 1244 e 422 vengono avviate ai campi di sterminio (“Fratelli nel sangue” di Aldo Bressan, Luciano Giuricin, 1964).

Rastrellamenti, villaggi rasi al suolo o bruciati, rappresaglie sui civili sono il primo livello del sistema del terrore nazista. Ricordo solo l’impiccagione di 51 ostaggi alla scalinata di palazzo Rittmeyer attuale sede del Conservatorio Tartini. Il secondo sono l’apparato di polizia e i luoghi di detenzione e tortura. Il comandante della polizia del Litorale è il generale delle SS Odilo Lotario Globocnik, nato a Trieste, che aveva diretto, in Polonia, l’Aktion Reinhard, sterminando oltre due milioni di ebrei a Sobibor, Belzec e Treblinka. Lo affianca un gruppo di collaboratori di cui soltanto due, Allers e Oberhauser, saranno giudicati a Trieste nel 1976 nel processo della Risiera, ma non finiranno in carcere.


L’ex stabilimento di pilatura del riso diventa Polizeihaftlager: campo di smistamento per gli ebrei verso Auschwitz (ne transitano oltre 1200); campo di raccolta dei beni razziati alla comunità ebraica; luogo di prigionia e tortura dei partigiani italiani e jugoslavi. Dal giugno ’44 entra in funzione un forno crematorio e si uccidono i prigionieri sgozzandoli, abbattendoli con la mazza ferrata, fucilandoli e, nelle ultime fasi, gasandoli in camion ermetici. Le vittime della Risiera saranno tra le 3-4mila (Tristano Matta “Il lager di San Sabba. Dall’occupazione nazista al processo di Trieste”, Beit, Irsml 2012).

Il sistema repressivo nazista vede al centro la Risiera, poi il bunker del comando delle SS in piazza Oberdan, la “Villa Triste” di via San Michele e quella, ancora più terribile, di via Bellosguardo diretta dal vice commissario dell’Ispettorato speciale Gaetano Collotti, che, al servizio dei tedeschi, scatena una spietata repressione contro gli antifascisti che spesso supera, per crudeltà ed efferatezze, le stesse SS.

il buon ricordo

I tedeschi vengono accolti con sollievo da gran parte popolazione italiana, grazie al ricordo della buona amministrazione austriaca, peraltro cessata solo 25 anni prima. Ricordo abilmente utilizzato dalle autorità naziste – sottolinea sempre Coslovich – con la pubblicazione del giornale in lingua tedesca “Deutsche Adria Zeitung”, con i programmi radiofonici di Radio Litorale Adriatico, come “Trieste saluta Vienna e Vienna saluta Trieste”, con l’intensa attività dell’Associazione italo-tedesca e con le occasioni mondane, che vivacizzano la città sotto occupazione, “in gran parte incentrate sul legame di Trieste con la Mitteleuropa e sul suo ’glorioso’» passato austriaco”.

Atteggiamento che spiega l’elevatissimo numero di delazioni, che stupiscono il Gaulaiter Friedrich Rainer. Il “collaborazionismo” locale è una delle pagine più vergognose della storia cittadina. Non solo per la crudele partecipazione dei reparti di polizia italiani (ai quali si affianca il collaborazionismo sloveno), ma anche per il ruolo che ebbero il podestà Cesare Pagnini e il prefetto Bruno Coceani, “graditi ai tedeschi ed essi stessi espressione dell’ambigua simpatia filotedesca – rileva Coslovich – che nutriva una buona parte delle classi dirigenti locali intimorite dal pericolo partigiano slavo-comunista”. La costituzione di una “guardia civica” con compiti di ordine pubblico è lo strumento offerto ai tedeschi per controllare i giovani altrimenti reclutabili dai partigiani.

Ciononostante un certo numero aderisce ugualmente alla Resistenza, anche se non è facile, soprattutto per chi non milita nelle file comuniste, entrare in un movimento di liberazione egemonizzato da sloveni e croati, refrattari a riconoscere l’antifascismo italiano, ritenuto insufficiente a riparare i lunghi anni di dominio e discriminazione fascista (“Sotto l’occupazione nazista nelle provincie orientali”, Galliano Fogar, Editore Del Bianco Udine, 1997). Scelte che rispecchiano la volontà di una parte di Trieste di resistere e di riscattarsi.

Nasce una rete di fiancheggiatori, che Trieste, nel dopoguerra, ha voluto rimuovere dalla propria memoria storica, tanto da ricordare in maniera più ossessiva i 40 giorni di occupazione titina rispetto ai 599 di occupazione tedesca (“Il Bo live”, Università di Padova, “Trenta denari nella Trieste nazista”, 2015).

spie e ricompense

Alcuni nomi: Carlo Giunti, Giuseppe Montrone, la temutissima Augusta Reiss, e l’ebreo Mauro Grini – raccontato da Roberto Curci in “Via San Nicolò 30. Traditori e traditi nella Trieste nazista” (Il Mulino, 2015) – sono collaboratori zelantissimi. Grazie alle loro segnalazioni e alle loro conoscenze, vengono catturati centinaia di ebrei, mandati a morte sicura. La ricompensa oscilla tra le 5 e le 7mila lire (a ebreo) e a parte dei beni depredati. Una delle mancate “prede” di Grini, Berta Bianca Spitzer di un’importante famiglia ebraica triestina, racconta di essergli sfuggita per un soffio quando lo vede alla Stazione di Venezia e spiega il suo odio come una vendetta sociale perché di modeste origini era stato respinto dalla buona società ebraica, molto classista (Gabriella Ziani “Il sogno e l’incubo”, Mgs Press 2009). E così si spiega l’assalto, la devastazione e il saccheggio della sinagoga e degli appartamenti degli ebrei il 10 settembre, raccontato a chi scrive da una signora all’epoca diciassettenne, Nerina Druscovich (già italianizzata in Rusconi), ospite di una zia che abitava in via Milano e che non capiva quel che vedeva dalle finestre: masse di esaltati scatenati, senza che nessuno li fermasse.

Per capire l’impatto tremendo dell’occupazione tedesca, bastano alcune cifre rilevate da Marco Coslovich: “Da queste zone parte quasi un quarto (8220 unità contro 40000 circa) dei deportati a livello nazionale, mentre dal Litorale Adriatico sono 74 i convogli inviati ai lager nazisti a fronte dei 49 organizzati nel resto d’Italia”. In questo scenario drammatico, nel quale il gioco delle contrapposizioni politiche si intrecciava a quello etnico-nazionale, si aprirà il difficile e lungo dopoguerra triestino. –


 

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