Sabato le storie del Piccololibri Trieste in sette pagine d’inserto

Il disegno di Teresa Manferrari illustra la copertina dell’inserto ll Piccololibri domani, sabato 23 gennaio, con Tuttolibri

Nora Gregor e le altre stelle del cinema ai tempi dell’Impero, il “mal d’esilio” di Hilde Spiel, la città di carta di Erik Schneider. All’interno di Tuttolibri



Nora Gregor, l’affascinante attrice di padre boemo e mamma carinziana, nata nel 1901 a Gorizia. «Si potrebbe scrivere un romanzo sullo stato d’animo di quella esiliata» disse di lei Jean Renoir, che la diresse in uno dei suoi capolavori, “La regola del gioco” del 1939. Di “mal d’esilio” soffriva anche la scrittrice austriaca Hilde Spiel, nata nel 1911 a Vienna, fascino rarefatto di una Silvana Mangano, che come tante anime in fuga approdò a Trieste e in città ambientò la sceneggiatura del telefilm “Mirko und Franca”, poi uscito in forma di novella.


Il viaggio attraverso i mondi, lo sradicamento determinato dalla furia della Storia, l’«esilio da se stessi» come cifra e molla del successo. Sono i temi che attraversano le vicende e gli spaesamenti di tutti i personaggi scelti per l’inserto Il Piccololibri, che esce domani in allegato al quotidiano: sette pagine dedicate alla cultura di Trieste inserite nello storico fascicolo Tuttolibri della Stampa.

Dieci anni dividono Nora Gregor e Hilde Spiel, ma le loro vite singolarmente a tratti si assomigliano. La futura diva internazionale lascia Gorizia per il processo di italianizzazione forzata del ’19, si trasferisce a Graz e a Vienna, vola a Hollywood e poi ritorna a Vienna per scappare ancora, questa volta verso la Francia, col marito principe von Starhemberg, inseguita dal potere montante di Hitler.

Nora Gregor è la stella che sul grande schermo fa incontrare il mondo italiano con quello mitteleuropeo. A lei, e agli altri divi nati sotto l’Aquila bicipite, è dedicato il paginone centrale del Piccololibri: come l’attore Alexander Moissi, figlio di un mercante albanese e partito da Trieste per Vienna e a Berlino, o Albert Conti, triestino di nobile famiglia austriaca, finito a fare il caratterista a Hollywood dopo un rovescio di fortuna, o Elsa Merlini, la diva dei telefoni bianchi nata Tscheliessnig, in grado di recitare in due lingue, a Cinecittà e a Berlino. Infine Paul Henrid, il Victor Laszlo di “Casablanca”, l’esule hollywoodiano per antonomasia, triestino di lingua tedesca e figlio di un banchiere, che in America conquistò il successo e abbandonò il “von” del suo cognome.

Fugge anche Hilde Spiel da Vienna, nel ’39, oppressa dalla pesante cappa antisemita e col marito, lo storico Peter de Mendelssohn, si trasferisce a Londra. La professione di corrispondente e traduttrice la porta in Germania, poi di nuovo in Austria, negli Stati Uniti, in Italia, in Jugoslavia. “Quale mondo è il mio mondo?” si intitola il secondo capitolo dell’autobiografia della Spiel, divisa tra Mitteleuropa, la Swinging Gran Bretagna degli anni ’60 e il fascino del mondo mediterraneo, che per lei si schiudeva già a Trieste. L’inserto le dedica una pagina e invita a rileggere il suo “Mirko e Franca”, uscito in italiano nel 2003 con Mgs Press, nelle cui pagine, attraverso una storia d’amore, materializza la città degli anni ’70, i jeansinari, la LpT, la nascente nuova psichiatria.

Esíli geografici e scartamenti dell’anima. Questi ultimi sono i tratti della biografia di Bruno Veneziani, cognato di Italo Svevo, al cui profilo l’inserto dedica un lungo approfondimento. E se dietro il personaggio di Zeno Cosini ci fossero il carattere, le psicosi, le duplicità osservati nel fratello della moglie? Rampollo del ricco Gioachino, classe 1890, cresciuto nella bambagia, unico maschio tra quattro sorelle, Bruno ama il piano, la morfina e le amicizie maschili. Edoardo Weiss, suo compagno di liceo, che studiava medicina a Vienna, lo introduce nello studio di Sigmund Freud.

Dal 4 ottobre 1912 al 31 maggio 1913, Bruno si stende sul lettino del padre della psicanalisi, ma la terapia non funziona e tornerà a Trieste ancora più provato e tormentato dalla dipendenza. “Gente così andrebbe messa su una nave e mandata in Sudamerica a cercare il suo destino”, sentenzia Freud, che non vuol saperne di riprenderlo in cura. Weiss lo ricovererà più tardi al manicomio di San Giovanni e, quando anche lui scapperà negli Stati Uniti, costretto alla fuga dalle leggi razziali, lo lascerà a Roma nelle mani di Ernst Bernhard, lo psicanalista che aveva in cura Bobi Bazlen. Funzionerà la terapia?

Nell’inserto Il Piccololibri di domani anche la Trieste di Walter Chiereghin e la “cartolina” spedita da Londra, Milano, New York dal designer Pier Paolo Venier «alla sua città che basta a se stessa, che si autoalimenta».

La chiave di lettura del fascicolo è firmata in prima pagina da Erik Schneider, un tedesco educato negli Stati Uniti e triestino d’adozione da ormai trent’anni, grande studioso di Joyce. Quello che lo scrittore irlandese amava di Svevo era la sua “coscienza”, la stessa di Trieste prima della Grande Guerra: essere plurale, mai ovvia, sfuggente a ogni univoca catalogazione. Sempre, ieri come oggi, popolata di straordinari esiliati. —

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