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Le olimpiadi di Montuzza e le fughe quando il rione era il regno dei ragazzini

La fontana di Montuzza.

Nell’angolo di città reso celebre dal romanzo “Il richiamo di Alma” giochi e cinema in strada: così Dino Faraguna ricorda l’infanzia in un rione vitalizzato dai giovani e che oggi è diventato una zona periferica 

TRIESTE. Digita Montuzza Trieste su Google Map. Compare l’area tra la Fontana Obelisco, la Scala dei giganti, la Chiesa dei frati, il convento con mensa per i poveri, l’oratorio e la scuola delle suore del Sacro Cuore. Un rione rivoluzionato dal tempo. Un rione al centro del bel racconto di Stelio Mattioni “Il richiamo di Alma”. Con una costante: sempre pieno di ragazzi. Oggi Montuzza è un parcheggio in un parco un po’ trascurato e un po’ recuperato, a cicli, ma poco frequentato. Il parco della Rimembranza, in pieno centro, a San Giusto, è triste, non solo per le lapidi stinte e buttate qua e là. È da molto che è così, un’occasione da cogliere. Era un modello di manutenzione fino ai primi anni ’70. Poi basta.

C’era una casetta di legno dei giardinieri nella rotonda da cui si accede all’oratorio, poi eliminata per far posto al parcheggio. Ed era sorvegliato dai “guardiani”, figura di dipendenti comunali sparita da anni. Lo spazio sotto la fontana obelisco, riattivata, era coltivato con fiori a disegnare un’alabarda ben visibile da piazza Goldoni. Il parco aveva roseti in quantità ed era frequentato da mamme con bimbi o da coppiette in cerca di luoghi discreti. Tutto è ancora là, con qualche attrezzo recente per giochi. Anche oggi è pieno di bimbi, ma solo in due momenti e sempre per poco: quando vengono portati e poi ritirati da scuola, là dalle suore. Quasi un “pit stop” da fare invidia alla Ferrari di formula 1, con Suv sproporzionati all’uso.

In passato il rione era invece proprio occupato da noi ragazzi. Abitavo proprio là, nella casa dei maestri. Chiamata così perché frutto di una cooperativa edilizia tra insegnanti, una “start up” degli anni ’50. Il condominio contava una ventina di appartamenti, ma incredibile a dirsi oggi, una quarantina di bimbi, ragazzi, studenti, insomma di giovani. Sempre in strada, tra le vie dove abitavamo, il pattinaggio e l’oratorio dei frati. Le manifestazioni principali del rione erano le olimpiadi di Montuzza e il cine all’aperto. Le olimpiadi si svolgevano ogni anno, marcia, corse, salti, lanci con un nutrito gruppo di partecipanti, con tanto di libro dei record, diligentemente aggiornato dai grandi dell’oratorio, quelli che gestivano il Gruppo Sportivo Montuzza, maglia nero verde, come il Venezia, forse perché i frati venivano spesso da quella provincia. Persone speciali i frati.

Ne ricordo alcuni: Agostino, ottimo calciatore giocava in coppa Trieste, Arsenio, amatissimo cappellano della stazione per decenni, Maurizio che, come dicevano i suoi confratelli, “tirava fora i schei anche dele piere” , Albino e Severino superiori speciali, Teodosio barba bianca, aria e voce da santo e Filippo padre cantore (“tasi ti, che se no stona tuta la ciesa”). Noi ragazzi vivevamo in luoghi che erano altrettanti campi giochi improvvisati. Certo in chiesa si andava a servir messa, chierichetti, ma non ricordo grandi vocazioni, ricordo bene invece le fughe ad esplorare le soffitte della chiesa, nell’orto, nei vari anfratti del convento, a camminare sulle volte con la leggerezza e l’irresponsabilità dell’età, inseguiti e mai raggiunti, l’attesa della ricompensa – frutta secca nosele, pistaci, fighi secchi – che i frati ci distribuivano dopo i vespri.

Poi, ritornando a casa alla sera, sosta al pattinaggio per la partita di pallabuco con Sergio, Renzo e Silvio, Livio, gli Smrekar, una piccola banda, Gianni, solo se scappava di casa (suo papà, assessore, ci considerava compagnia poco raccomandabile, e non aveva ragione!): la palla era una pietra più piatta possibile, la porta il buco centrale, scolo per la pioggia. E andavamo avanti finché qualcuno dei genitori non si affacciava all’angolo della via a chiamarci per la cena.

Un’infanzia stupenda. Il cine, estivo, all’aperto: anche mille presenze a sera, 50 lire l’ingresso, noi entravamo gratis o con le lire-merito premio per il servizio in chiesa, a turno vendevamo le bibite all’intervallo, tutti seduti su sedie da osteria, il controllo degli immancabili casinisti affidato a padre Arsenio, ex pugile. Due televisori sistemati nel corridoio centrale per vedere Lascia o raddoppia tra il primo e il secondo tempo e comunque, per i ritardatari, si ripete il primo tempo. E film normali, ogni sera una nuova pellicola, spesso film allora proibiti nelle sale parrocchiali, ma Montuzza non era parrocchia, né allora né oggi, e i frati erano qualche secolo avanti ai preti, allora. In luglio e agosto, specie nelle giornate torride un sollievo per molti, infatti frequentatissimo, prima ancora del festival di fantascienza al castello di San Giusto.

Certo oggi per i bimbi, è quasi tutto meglio, molto meglio. Stessa età, stessi luoghi, pick up andata e ritorno, genitori attenti, molti nonni per pochi, educatori professionisti dal nido in poi, ora di ginnastica, ora di basket, ora di musica, ora di nuoto, ora di inglese, e se si confondono ora di canto subacqueo. Invece i ricreatori, gloria cittadina, e gli oratori un po’ trascurati. Peccato. Per non parlare del parco. Ma certamente migliorerà anche il parco. Forse è già un po’ migliorato, domani passo, anzi domani passiamo tutti. —

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