Leo Perutz: la matematica e gli spettri di Trieste li trovò lavorando al ramo vita delle Generali

Maestro del romanzo storico-fantastico, vissuto tra il 1882 e il 1957, lo scrittore vagabondo costruì inquietanti ritratti psicologici sullo sfondo di atmosfere oniriche e trame ingegnose

TRIESTE. Riscoperto dalla casa editrice Adelphi che ne ha pubblicato tutti i libri, Leo Perutz (1882-1957) è un maestro del romanzo storico-fantastico, spesso anche dell’orrore, che intreccia ricostruzioni storiche a inquietanti ritratti psicologici sullo sfondo d’atmosfere oniriche costruire su trame ingegnose, dove il sovrannaturale s’insinua nel quotidiano fino a renderlo surreale, come avviene ad esempio in “Il maestro del giudizio universale” (1923), uno dei suoi libri più famosi.

È opinione comune che lavori ripetitivi come quelli dell’impiegato bancario o assicurativo uccidano la creatività, ma ci sono eccezioni che confermano la regola: Italo Svevo lavorò alla Banca Union, James Joyce alla Banca Nast-Kolb & Schumacher e dal 1907 al 1908 Franz Kafka fu “impiegato modello” della filiale praghese delle Assicurazioni Generali. Negli stessi anni anche lo scrittore ebreo-praghese Leo Perutz veniva assunto dalla Direzione centrale di Trieste delle Assicurazioni Generali, per lavorare nel palazzo di riva del Sale (oggi piazza Duca degli Abruzzi 2) in qualità di matematico attuariale, ramo vita, con mansioni analoghe a quelle ricoperte da Kafka a Praga.


Quando Leopold Perutz arrivò a Trieste aveva 25 anni, essendo nato a Praga nel 1882, dove il padre, un ebreo sefardita assimilato, possedeva un’industria tessile. A Praga Leo aveva studiato con i Padri Scolopi, ma oltre a essere un tipo irascibile era un pessimo studente. Modi scostanti ed arroganti gli furono precipui per tutta la vita, contribuendo a farne un outsider. Nel 1901 i Perutz si trasferirono a Vienna dove Leo lavorò nell’azienda di famiglia fino a quando non riuscì a laurearsi in matematica. Appassionato non solo di numeri, prese a frequentare i caffè letterari e a scrivere racconti. Sarebbe presto diventato famoso per romanzi in cui, come ha scritto Beatrice Talamo “le linee del ricordo e dell’oblio si snodano, al di là del tempo e dello spazio, per delineare una strada nuova che, dalla Praga di Rodolfo d’Asburgo al Messico di Cortez e Montezuma, dalla Milano di Leonardo alla Francia di Richelieu, racconta storie d’amore e deliri della mente, sdoppiamenti reali o solo sognati”.

Quando Perutz arrivò a Trieste nel 1907 aveva già pubblicato “Morte di Messer Lorenzo Bardi”, una novella ambientata nell’Italia rinascimentale e, alla routine impiegatizia, affiancava la stesura di recensioni e racconti. Trieste lasciò il segno nel vivido immaginario del giovane scrittore/matematico, tanto che la ritroveremo evocata in diversi suoi romanzi. Tornato a Vienna, trovò impiego presso le assicurazioni Anker, dove restò fino al 1923. Si occupava del calcolo dei tassi di mortalità e porta la sua firma la cosiddetta “formula di equivalenza di Perutz”, a lungo utilizzata nel calcolo attuariale. Nel frattempo Leo era diventato un accanito giocatore, aveva abbracciato il socialismo, forse sperimentava droghe, certamente amava viaggiare. Facendo tappa da Trieste s’imbarcò per il Nordafrica, la Turchia, il Libano, la Palestina e l’Egitto. Però a Vienna al Café Museum e al Central, era infine riuscito a entrare in contatto con i protagonisti della vita culturale austriaca, che nel 1918 salutarono l’uscita del suo primo successo editoriale “Dalle nove alle nove”, un romanzo ricco di atmosfere dostoevskijane che affascinò Hitchcock e Murnau, e in cui appare più volte Trieste come meta ideale di un viaggio d’amore (naturalmente impossibile). Non stupisce inoltre che il bizzarro e stupefacente protagonista del romanzo usi frequentare a Vienna un improbabile “Caffè Sistiana”. Mentre le acuminate spigolature di Perutz trovavano spazio sui feuilleton berlinesi e viennesi, nel 1928 uscì “Tempo di spettri”, storia di una folle volontà di vendetta di un ex-prigioniero di guerra in Russia, in cui il padre del protagonista condisce il suo eloquio di parole triestine come “andemo” in omaggio agli anni in cui aveva prestato servizio a Trieste. Ed è infine Trieste una delle mete di salvezza per il povero Vittorin.

Intanto a Vienna Perutz s’era sposato, aveva avuto tre figli, e i suoi romanzi venivano sceneggiati e portati sul palcoscenico. Il suo quartier generale s’era spostato al Café Herrenhof (per i bohémien “Hurenhof”) e nel retrobottega disponeva di uno “Stammtisch” dov’era solito giocare con gli amici vivaci partite a carte e tarocchi, che a volte finivano in violente scenate. Il 1933 fu l’anno di pubblicazione di “La neve di San Pietro”, un giallo pieno di mistero e suspense, ma poiché l’editore era ebreo ne venne proibita la vendita in Germania. L’avvento del nazismo segnò per Perutz l’inizio di una lunga fase di ristrettezze economiche, un nuovo matrimonio e nel 1936 l’uscita del suo romanzo preferito “Il cavaliere svedese”, ma dopo l’Anschluss, nel’38, fu costretto a trasferirsi in Israele, dove si sentì sempre più isolato e smise di scrivere. Aveva problemi finanziari e su consiglio del fratello redasse un manuale di bridge che fu molto apprezzato negli Usa. Anche se negli anni’40 Jorge Luis Borges lo aveva fatto scoprire ai lettori di lingua spagnola, il mondo s’era ormai dimenticato di lui quando nel’53 uscì “Di notte sotto il ponte di pietra”, un Meisterstück costato decenni di lavoro, ambientato nella Praga magica di Rodolfo II.

Leo Perutz morì il 25 agosto del 1957 a Bad Ischl dove usava passare le estati ospite dell’amico/discepolo Alexander Lernet-Holenia, che curò poi la pubblicazione postuma del suo ultimo romanzo “Il Giuda di Leonardo”, un’amara ultima cena. —

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